Sacrificarsi? Sacrificare cosa, sacrificarsi per cosa?

Pubblichiamo i testi di alcuni volantini distribuiti e di interventi gridati al microfono in occasione dell’iniziativa autorganizzata contro il green pass, in piazza SS. Trinità a Polizzi Generosa l’8 agosto scorso. Quello che rimane fuori dai testi, è l’emozione e la gioia condivisa della piazza, che si potrà trovare e provare solo nelle future iniziative che di certo non mancheranno.

DISERTIAMO!

Il 4 gennaio del ’45, in uno dei quartieri popolari di Ragusa, una giovane donna di 23 anni, si stende sullo stradone per impedire il passaggio dei camion degli alleati arrivati per l’ennesimo rastrellamento e favorire così la fuga di quegli uomini strappati alle loro case, costretti con la forza a partire per una guerra che poco li riguardava. Molti erano contadini, con l’esperienza delle lotte ancora viva e sapienti, per tale esperienza e per istinto, nell’uso di pratiche di resistenza: come Maria Occhipinti, questo il nome della ragazza, raccontò anni dopo nella sua autobiografia: Quando i carabinieri presero a rastrellare i renitenti casa per casa, ci furono tumulti, scontri a fuoco, incendi dei municipi, occupazioni di interi paesi”. Quel mattino di gennaio, segnò l’inizio del movimento “Non si parte!” e l’eco di quelle gesta, lo spirito di quegli uomini e quelle donne ci parlano oggi molto da vicino.

Questa epidemia, infatti, è stata narrata attraverso retoriche di guerra e gestita come tale: coprifuoco prima, green pass adesso ce lo confermano, così come il fatto che a somministrare i vaccini nei cosiddetti HUB di città o nelle piazze dei paesi ci siano dei soldati o che Figliuolo, il commissario straordinario per l’emergenza Covid, sia un generale della NATO.

La storia della Occhipinti è quindi più che pertinente e ci ha lasciato in eredità, oltre alle pratiche, delle domande fondamentali:

CHI combatte le guerre? Chi è che materialmente perde tutto, perde la vita?

Non sono mai stati e non sono tuttora né i ricchi né i potenti che rimangono ben protetti al chiuso di ville e palazzi, serviti col cibo migliore, curati con le migliori terapie (non è un caso se i Trump e i Berlusconi non muoiono di Covid nonostante l’età).

È la gente comune a morire in guerra: sono i poveri, gli oppressi, gli sfruttati.

La storia del movimento “Non si parte!”, ci suggerisce però un’alternativa tra combattere le guerre o subirle, e vale anche per QUESTA guerra. L’alternativa è disertarla: disertarne parole, pratiche e comportamenti indotti per indirizzare queste energie, la nostra rabbia, la frustrazione, contro il VERO nemico, che non è certo chi mette la mascherina o no, chi si vaccina o chi non si vaccina. Non è al nostro fianco il nemico, ma in alto: sono nemici i delegati di Confindustria che hanno imposto l’apertura delle fabbriche durante il primo lock-down, sulla pelle di migliaia di operai; lo sono i capi di aziende multinazionali come la Whirlpool che dopo aver incassato 100 milioni di euro in “agevolazioni” chiudono l’impianto di Napoli perché non più redditizio licenziando in tronco 350 lavoratori e lavoratrici. Storia che si ripete e si è ripetuta ad es. con la Bluetec a Termini Imerese.

Sono nemici gli scienziati e i medici di regime che preferiscono fare carriera tradendo etica e giuramenti e di fatto centinaia di colleghi che hanno praticato altre cure o suggerito altre vie bollandoli come ciarlatani, radiandoli dall’albo, con l’ampio sostegno di radio e televisioni, forti dell’essere dalla parte dei forti, e cioè dei governi e delle “maggioranze” che li sostengono. E l’elenco potrebbe continuare.

CHI combatte le guerre, quindi, è la prima domanda; CONTRO chi o cosa è la seconda.

In questo caso ci hanno detto “contro un virus” (lasciamo da parte le considerazioni sul dotarlo di volontà e per di più malevola); ci hanno detto e ci dicono che la guerra al virus va combattuta insieme e contemporaneamente che siamo incompetenti, tanto da non poter comprendere nulla di ciò che accade e tanto da dover essere gestiti dall’inizio alla fine delle nostre giornate e fin dentro i nostri corpi.

Eppure siamo in tanti a pensare che non è necessario essere degli scienziati per sentire che la libertà ci è stata sottratta già da tempo e che le epidemie, i tumori, la depressione e la lunghissima lista dei mali che ci affliggono e affliggono quotidianamente milioni di persone (fame e miseria in testa), sono i sintomi di una malattia più grande che è questa organizzazione sociale, il cui nome specifico è Capitalismo.

E che è proprio per mantenerla in piedi che i provvedimenti per limitare la diffusione del virus sono ricaduti in basso senza mai toccare le cause: l’inquinamento provocato dalle fabbriche, dagli allevamenti di massa, le centrali nucleari, le trivellazioni ENI, le discariche…l’uso sconsiderato di farmaci, l’alimentazione industriale, i disagi psichici che si accompagnano a una vita di alienazione, tutti fattori che incidono sui nostri sistemi immunitari rendendoci più fragili e, quindi, vulnerabili.

È il capitalismo che ci ammala e ammala il pianeta e solo una rottura radicale e totale con questa vita e questo mondo può avviarci a una possibile guarigione.

La lotta, la solidarietà, il tornare a organizzarsi insieme per decidere sui nostri corpi e le nostre vite, sulla base di bisogni reali e desideri nuovi, che non siano merce, sono la medicina. E se vi pare tutto molto astratto, pensate ai racconti di quanti hanno resistito qui, col movimento contadino, quello per l’acqua o alla storia di Ragusa o a quello che adesso sta succedendo nel mondo e in altre parti d’Italia dove invece che rassegnarsi medici, OS e infermieri rifiutano attivamente la vaccinazione obbligatoria sostenendosi a vicenda; così come insegnanti, studenti e moltissimi altri individui che stanno dando vita a collettivi auto-organizzati per lottare e “fare fronte” all’autoritarismo e la barbarie crescenti.

È impossibile solo ciò che rimane intentato.

C’è un tempo per tutto e ci sono tempi che chiedono tutto: questo è uno di quelli.

È il momento, per ognuno, di scegliere se resistere e lottare o consegnarsi come carne da macello, senza fiatare, a chi ci considera solo numeri in una statistica.

Sacrificarsi? Sacrificare cosa, sacrificarsi

per cosa?

In quest’anno e mezzo trascorso dall’inizio della cosiddetta pandemia da Covid 19, è stata prodotta una confusione enorme da quegli stessi poteri che ora si infuriano per la dilagante sfiducia nei loro confronti.

Eppure, per quanto nascosto malamente dal fumo della propaganda, qualche fatto è emerso con chiarezza.

L’ideologia del capitalismo, la sua promessa di felicità (ossia merce in abbondanza per ¼ della popolazione, mentre il resto crepa), la convinzione di vivere nel “migliore dei mondi possibili”, si sono sciolti come ghiacciai alpini, anche alle nostre latitudini.

È dall’inizio della gestione epidemica che ce lo dicono a chiare lettere, “niente sarà più come prima”. Questo è, insomma, il tempo del sacrificio.

Ma sacrificio di cosa?
Sacrificare la propria intelligenza e senso di giustizia, la propria autonomia di giudizio etico e intellettuale che fondano, insieme alla nostra libertà, la nostra umanità? Sacrificare gli incontri, l’intensità dell’esperienza empatica?

E sacrificarsi per cosa? Per indossare a tempo indeterminato- un modo carino per dire “per sempre”- un collare elettronico, per una vita che sia solo lavoro e fatica e paura, in cui certificare ogni spostamento, in cui lasciarsi attraversare il corpo dagli intrugli degli scienziati e dagli scanner dei poliziotti? Mentre si moltiplicano i disastri ecologici che nessuno scienziato e tecnico potrà risolvere, perché sono scienza e tecnica ad averli prodotti?

Il fatto di questo momento storico è la necessità non rimandabile di scegliere da che parte stare.

Stato, capitalismo e loro servi propongono di sacrificare la nostra umanità per costruire un mondo a misura di macchine.

Al contrario noi pensiamo che l’unico modo per mantenersi umani sia lottare contro il mondo che trasforma tutti i viventi in macchine e la vita nella loro organizzazione coordinata.

Polizzi Generosa, 8 agosto 2021

La guerra e le parole

Da ormai quasi due anni, politici, virologi di Stato, giornalisti e militari pro causa, ci bombardano quotidianamente con questa frase semplice e terribile: “siamo in guerra”. Non è stato possibile stabilire se la guerra- a un virus che ha scatenato una epidemia grazie alle condizioni ecologiche e immunitarie del mondo industriale in cui viviamo- fosse il modo migliore di affrontare la situazione. Perché la guerra, per gli uomini di potere, è un bene in sé, una soluzione a caccia di problemi: modella velocemente le relazioni sociali per i loro interessi. E, infatti, la chiamata patriottica a vaccinarsi, la caccia all’untore prima, al renitente dopo, rappresentano un martello pneumatico per rompere le ultime resistenze a consegnarsi. I due piani, quelli del discorso e quello della presenza militare nel sociale, corrono insieme e producono risultati sorprendenti: persone che fino all’altro ieri gridavano alla violenza imperialista, oggi scodinzolano di fronte alle decisioni di un Generale NATO; chi si vorrebbe illuminista e riflessivo invita a fidarsi “senza sé e senza ma” della Scienza, “a farsi gestire per un paio d’anni, poi si vedrà”; c’è pure qualche “comunista” che grida al pericolo fascista nelle piazze contro il green pass ma non ha niente da dire contro il governo della BCE, di Finmeccanica, di Vodafone e Confindustria.

Concentrandosi ossessivamente sul male che viene da fuori, un virus, si rischia di perdere la capacità di vedere la malattia fondamentale di questa società, l’autoritarismo. In una società patologicamente autoritaria come la nostra a reggere l’impalcatura delle scelte obbligate (e obbliganti) è il monopolio dei discorsi e delle parole. Quel monopolio si regge unicamente sulla forza e sul terrore e rende le parole schiave di una visione di dominio.

Se ci siamo presi, con la forza della determinazione, questa piazza è per liberare la capacità di parlare di cosa sta succedendo, per riprenderci la capacità antica di parlarsi tra simili. Un inizio, una cura per il terrore che ci opprime e una promessa: non ci faremo piegare senza lottare!

Polizzi Generosa, 31 luglio 2021

 

Vaccinarsi per, contro, forse: dubitare in tempi di pandemia

La perdita di senso

Marzo 2021. A un anno dall’inizio della “pandemia”, è difficile abbracciare con uno sguardo l’enormità della trasformazione avvenuta; tanto più l’emergenza si normalizza (o si è già normalizzata) tanto più si disperde il “senso” e si depotenziano i (nostri) sensi: non ci tocchiamo quasi, non godiamo più della vista di un volto nella sua interezza camminando per strada; tra le decine di notizie che ci investono quotidianamente, pochissime sono quelle che riusciamo ad approfondire, e ancora meno quelle che lasciano traccia.

Lo slancio della comprensione ha bisogno di spazio, fisico, in cui svilupparsi e ha bisogno di incontro; perciò perdiamo anche quello nella misura in cui, isolati, la fatica richiesta dal rimanere al passo con gli eventi è troppa e questi ultimi paiono aver compiuto un loro “salto di specie”, sono sovrumani, il loro accadere ci tocca come un incidente: tra manovre emergenziali e piani di governi, OMS, big pharma e alta finanza, l’incidente è l’essere umano.

Possiamo osservare questa macchina in azione col piano di vaccinazione di massa.

Tenteremo nello spazio esiguo di questo articolo di fare chiarezza su una questione tanto urgente, assumendo un punto di vista, quindi una posizione, e invitando ognuno a farlo.

Un’altra cosa da fare è reindirizzare la propria fiducia: un termine preziosissimo, che presuppone un accordo tacito, un sentimento di abbandono accompagnato dalla certezza che l’Altro non ci farà del male. Perché è evidente che lo spostamento di fiducia dall’Altro all’Alto, è quell’ingrediente decisivo nel produrre un clima da totalitarismo che è giusto nominare. E ancora più giusto tentare di sovvertire.

Per quale incredibile stregoneria rimuoviamo dalla nostra memoria i lunghissimi e macabri elenchi delle malattie e delle morti causate da Stati e scienziati al loro servizio? Cosa scegliamo di dimenticare in cambio di un’illusione, ci sembra il caso di ribadirlo raccontando, a titolo di esempio, due storie.

Progressive e magnifiche sorti?

Nel ’46 nasce nella Germania ovest la Grünenthal, un’azienda farmaceutica spin-off di una fabbrica di saponi (pesantemente implicata col nazismo). La guerra aveva incentivato la crescita del settore farmaceutico e la Grünenthal diventerà da lì a poco una delle più prosperose case farmaceutiche a livello internazionale, facendo fortuna nel settore dei sonniferi e calmanti grazie al Talidomide, un sedativo ipnotico commercializzato a partire dal ’57 col nome di Contergan e utilizzato per curare vari disturbi tra cui le nausee dei primi mesi di gravidanza. A capo del settore di ricerca e sperimentazione dell’azienda figurava allora il medico nazista Heinrich Muckter1, ed erano numerosi gli ex-nazisti assunti dalla famiglia Wirtz alla nascita della società (dal ’60 al ’74, tra i vertici aziendali figura Stemmler, uno dei più accesi sostenitori dell’igiene razziale durante il nazismo).

Il talidomide, diviene il farmaco di punta dell’azienda ma, in breve tempo, alcuni medici segnalano la crescita dell’incidenza di gravi malformazioni e mortalità nei neonati in relazione alla sua assunzione in gravidanza. I report vengono ignorati dai vertici della Grünenthal (il farmaco non fu mai testato su soggetti gravidi) che s’impegnano invece in una grande campagna pubblicitaria che sottolinea la completa atossicità del miracoloso farmaco, lanciandolo sul mercato internazionale. Il Contergan, fu ritirato dal commercio solamente a partire dal ’61 (dal ’62 in Italia) e causò decine di migliaia di aborti e decessi post-partum. Dei 10.000 bambini sopravvissuti, tutti riportarono gravi menomazioni agli arti inferiori e superiori.

La Grünenthal oggi è leader globale nella gestione del dolore e delle malattie correlate” con un occhio attentissimo al portafoglio: ha siglato proprio di recente un accordo con Astrazeneca per la commercializzazione del Crestor (una statina per problemi di cuore) che, si legge sul sito dell’azienda, “continua a generare ricavi significativi” pur conservando come mission quella “di un mondo libero dal dolore”.2

Un’altra storia e una pandemia meno conosciuta:

nel 1901 viene brevettato da un ingegnere austriaco l’Eternit, un nuovo materiale composto da cemento, carta e amianto così chiamato per la sua estrema resistenza. La produzione di Eternit è strettamente legata allo sfruttamento minerario degli anni della seconda rivoluzione industriale e conosce una rapida diffusione nei campi dell’edilizia, dell’idraulica e dei trasporti con un vero e proprio boom negli anni del dopoguerra, quando verrà ampiamente utilizzato nella costruzione di scuole e ospedali, fino ad alcuni oggetti d’arredamento.

Dalla metà degli anni ’60 varie ricerche individuano la relazione tra l’inalazione delle polveri di amianto rilasciate dall’Eternit e l’insorgenza di malattie polmonari croniche insieme a una specifica forma di tumore. A mano a mano che in Europa si vieta la produzione di amianto (solamente dagli anni ’90 in poi) essa si sposta verso i paesi in via di sviluppo, con l’eccezione del Canada, che fino al 2018 ha continuato ad estrarre il minerale esportandone la quasi totalità. Si legge in un rapporto del ISS del 2007 che Secondo dati divulgati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono oggi 125 milioni i lavoratori esposti ad amianto e molti milioni di lavoratori sono stati esposti negli anni passati. La stima di decessi (ogni anno del prossimo decennio) tra i lavoratori esposti ad amianto è di 43.000 per mesotelioma e di gran lunga maggiore è quella per tumore polmonare. Se la pandemia non viene arrestata, considerando il livello di rischio oggi appannaggio degli attuali lavoratori, potrebbe estendersi ed interessare entro i prossimi 20 anni almeno 10 milioni di persone”3 Si parla (anzi, non se ne parla affatto) di una “pandemia di tumori da amianto” che, solo in Italia, secondo le stime, continua a provocare circa 6.000 decessi all’anno.

Se, tuttora, di amianto si muore è perché dismettere definitivamente a livello mondiale la produzione e l’uso di amianto, rappresenterebbe una perdita di profitti che Stati e Compagnie minerarie ritengono evidentemente più dannosa della morte di milioni di persone. E per rendere accettabile l’aberrazione, si appoggiano a solide basi scientifiche frutto di ricerche appositamente finanziate. Scienza, Stato e Capitale, uno e trino.

Due esempi, uno in campo farmaceutico, l’altro industriale, per ricordare l’inganno, rinfocolare la rabbia per le morti, il dolore, le devastazioni, i mo(n)di di vita estirpati col canto di sirena del progresso (e più ci si sposta a Sud, più le ferite sono esposte) come ad Augusta, dove il petrolchimico ha prima ucciso i pesci, poi gli umani (e continua a farlo) e nel frattempo, tutto quello che intorno al mare girava e che era la vita prima di Eni. E dovremmo continuare, ma non c’è spazio sufficiente per contenere la patogenicità di questo sistema; non sono i virus, i materiali, i farmaci il fondo del problema ma il capitalismo che li produce e che si riproduce ogni volta che rinnoviamo in un pezzo o in un altro della vita, l’atto di fede nel suo “progresso”.

E se non citiamo le grandi scoperte scientifiche del ‘900 che hanno rivoluzionato le sorti dell’umanità (e, possiamo supporlo, questo sentimento avrà animato gli scienziati che dedicarono la vita a tali ricerche), nucleare e ingegneria genetica, è perché sarebbe davvero faticoso omettere bombe atomiche e selezione di razza, trascurabili effetti collaterali sulla strada della liberazione dell’uomo dalla sua arretratezza di essere finito, quindi, mortale.

Organismi

Da due mesi a questa parte, il mondo intero ci è stato ri-velato come un gigantesco laboratorio scientifico.

Vaccini prodotti con una tecnologia mai utilizzata prima d’ora sugli esseri umani (e che, testata da decenni su animali, per infezioni da SARS, MERS, HIV, ed altri virus, ha dato esito negativo sia per l’efficacia che per la sicurezza sulla salute4) sono iniettati quotidianamente, da personale sanitario e militare, in ogni parte del globo, nei corpi di milioni di persone, con buona pace di scienziati, medici, biologi e quanti hanno espresso i loro dubbi circa l’efficacia, la pertinenza di una vaccinazione in un momento di calo epidemico e soprattutto, gli effetti avversi anche gravi o letali manifestatisi (esiste una banca dati, EudraVigilance, che registra le segnalazioni spontanee di sospette reazioni avverse, consultabile online).

Non entreremo nel merito della tecnica, a differenza di qualche mese fa, è più facile trovare ampia documentazione sul funzionamento di questi “nuovi” vaccini. Per parte nostra, rimandiamo a una lettera, resa pubblica il 28 febbraio, indirizzata all’Agenzia europea del farmaco, da medici e scienziati “in merito alle preoccupazioni sulla sicurezza del vaccino per COVID-19”.5 E aggiungiamo un’ulteriore considerazione: se una campagna di vaccinazione globale è possibile, è perché non ci si interroga sulle premesse dell’ideologia che alimenta tale pratica, dandole per assodate una volta per tutte. Perché ci si vaccina? Quale principio individua nella natura un nemico da cui difendersi? Che effetto hanno avuto, finora, le vaccinazioni antinfluenzali annuali, o gli esavalenti iniettati ai bambini a partire dai primissimi mesi di vita?

Questo esercizio, che sa di peccato, ha come effetto diretto il vacillamento delle possenti mura che circondano la fortezza della Scienza Moderna e potrebbe produrre, infine, quello spazio minimo necessario perché l’ammettere altri paradigmi sia possibile.

E, lo ricordiamo, per interrogarsi non serve essere degli specialisti, è sufficiente non trascurare i dubbi, essere disposti a cogliere coincidenze, nessi, mettendo gli eventi in relazione tra loro e dotandosi di una bussola che indichi sempre la libertà.

Un suggerimento.

Nel luglio 2020, per consentire lo sviluppo dei vaccini anti-Covid, il parlamento europeo applica una deroga al regolamento sull’uso di OGM nelle sperimentazioni cliniche: “alcuni vaccini e trattamenti anti-COVID-19 già in fase di sviluppo possono essere definiti organismi geneticamente modificati (OGM) e sono quindi coperti dalle direttive UE sugli OGM. Poiché i requisiti nazionali […] variano considerevolmente da uno Stato membro all’altro, è necessaria una deroga a queste regole ” si legge sul sito del Parlamento, ma ci “rassicurano”, varrà solo in ambito clinico.

Nel novembre 2020 però, la questione OGM, torna ad essere discussa dalla commissione europea, stavolta in campo agro-industriale; la direttiva del 2001, già rivista nel 2018 (con la quale i Paesi Europei si dotano di un ambiguissimo regolamento, che permette le importazioni di OGM e la loro produzione in campo aperto in Spagna e Portogallo) risulta essere un ostacolo alla ricerca.

La commissione è “costretta” a rivedere le sue posizioni in materia e nel farlo dovrà frequentare il campo della metafisica individuando “la linea di confine tra un organismo geneticamente modificato e il frutto di un’innovazione varietale scientifica ma non Ogm”. Che tradotto, significa inventare nomi nuovi per nuove tecnologie con identiche premesse e identiche conseguenze (nefaste e brutali) sugli equilibri naturali, le cui alterazioni si rifletteranno tanto su un filo d’erba quanto sull’essere umano. L’ingegneria genetica è figlia del paradigma scientifico meccanicistico. Un paradigma (che non esiste da sempre, né è l’unico o il migliore in assoluto ma è, come qualunque altro, espressione di una precisa cultura) che separa, isola, analizza, e nel suo procedere verso la “soluzione”, tendenzialmente, uccide.

Quando parliamo di organismo, trattiamo un concetto che esprime bene la complessità semi-opaca della vita, dove in ogni parte è il tutto (e viceversa), e il cui “tenersi insieme” è comprensibile più con il senso dell’intuizione che con quello della ragione. Pertanto, a volerlo controllare, trattare meccanicamente spostando, sottraendo, sostituendo, si otterranno effetti imprevisti e imprevedibili-come già la storia ci ha mostrato più volte- ché la Vita è in sé, ingovernabile.

Tornare alla normalità

Se i discorsi che hanno introdotto l’attuale campagna di vaccinazione facevano largo uso del sospetto “non obbligheremo nessuno”, ecco che ai primi rifiuti, si corre ai ripari.

La vaccinazione “è un atto moralmente dovuto”, e risuona la promessa dell’agognato ritorno alla normalità, entrambi leve efficaci nel convincere enormi fette di popolazione a sottoporsi a un trattamento sanitario di cui quel poco che si sa, è tutt’altro che rassicurante. Come poco rassicurante in termini di “libertà” (sì ne siamo coscienti, è di cattivo gusto nominarla in tempi pandemici dove tutto è dovere e senso civico) è la nomina al ministero della Giustizia di Marta Cartabia che, proprio in queste ore, sta decidendo le sorti di quel personale sanitario riottoso alla vaccinazione anti-covid con un nuovo decreto. Purtroppo, non è difficile immaginare quali saranno le conclusioni del tavolo presieduto dalla neo ministra: fu proprio lei, infatti, a firmare una sentenza che, all’epoca Lorenzin, rigettò il ricorso della regione Veneto contro l’obbligatorietà vaccinale, legittimando l’uso di sanzioni, ove le raccomandazioni non fossero sufficienti, per rendere effettivo l’obbligo. E se aggiungiamo a questo la sentenza del Tribunale di Belluno che pochi giorni fa ha confermato la sospensione temporanea da lavoro di alcuni operatori di due RSA, colpevoli di aver rifiutato la vaccinazione, avremo un quadro meno romantico riguardo il rispetto “in democrazia” di diritti inalienabili come la libertà (di cura, certo). Viene da chiedersi quanto il “prima” dell’epidemia, quella vita normale alla quale si spera di tornare,

fosse tinto del rosa che adesso pare avvolgerlo; quanto, le parole spese a inizio lock-down sul pianeta al tracollo, la crisi globale, l’insostenibilità della vita sotto capitalismo, fossero solo un trampolino per il lancio di questa “transizione” di sistema che decide di indossare una casacca verde e salvare la parte da salvare: ancora una volta, coloro che hanno capitale sufficiente a investire in missioni spaziali o fusioni nucleari che si accorgono, proprio un attimo prima di precipitare, che a non correggere il tiro andranno giù esattamente come i “meno fortunati”. E, di nuovo, ancora, nel salvarsi non si preoccupano di poggiare i piedi su pile di cadaveri che dal fondo li portino ben al di sopra della superficie, una superficie a quel punto, più sgombra e pulita.

La normalità del “prima” conteneva già, come la cellula il suo nucleo, tutti gli ingredienti per questa “evoluzione”; è il risultato di anni di repressione e adattamento, di indifferenza verso tutta quella parte di mondo che ha reso possibile le nostre vite, tristi magari, ma confortevoli; le schiene sempre più curve nell’accettare uno Stato invariabilmente feroce e lucido nel voler estinguere qualsiasi forma di “altro”. Ma il progresso richiede sacrifici. Come adesso chiede esplicitamente (in quell’epoca che è stato il “prima” era,forse, meno evidente) i nostri corpi. Se qualcuno è disposto ad essere Abramo, certamente lo Stato non sarà il Dio che ne ferma la mano prima che si abbatta su Isacco.

A chi sente il ticchettio

Mentre i corpi sono deprivati (dei sensi dicevamo. E della sensualità), il sistema di potere riduce l’essere a solo-corpo, non vivo ma vivisezionabile, avviando una procedura su scala globale che è a tutti gli effetti, una sperimentazione: che non assicura “l’arresto dell’epidemia”, che presenta pesantissime incognite sugli effetti a lungo termine, che, di fatto, è un ennesimo passo verso il controllo totale della tecnica sulla vita.

Appellarsi alla scienza come fonte di certezze, è un passo falso (e falsante): come qualsiasi fare umano, il suo procedere è puntellato di errori, cambi di rotta, dibattiti vivissimi tra posizioni distanti o addirittura opposte tra loro. Ma come qualsiasi fare umano separato e dotato di potere, non curandosi delle conseguenze materiali del suo conoscere, porta in se stessa, nel cuore nero del suo sperimentare, l’orrore. Ci rimane, quindi, una sola certezza a riguardo: quando a prevalere è una voce soltanto, uniforme, onnipresente, inappellabile, quella è, sempre e soltanto, la voce del potere; ciò a cui dovremmo prestare ascolto è, invece, il ticchettìo di sottofondo, un sussurrare mai placatosi che dal fondo del tempo narra un’altra storia, chiedendoci, strenuamente, tutto il nostro coraggio.

  1. https://www.panorama.it/maggio-1968-il-processo-al-talidomide-storia-e-foto?rebelltitem=1#rebelltitem1
  2. https://www.grunenthal.it/it-it/press-room/comunicati_stampa/2021/gruenenthal-conclude-l-accordo-con-astrazeneca-per-i-diritti-europei-di-crestor-rosuvastatina
  3. Marsili Daniela. Salute e sviluppo: il caso dell’amianto nei Paesi in via di sviluppo, Rapporti ISTISAN, 07/20. Istituto Superiore di Sanità, Roma 2007. https://www.saluteinternazionale.info/2011/04/lamianto-nei-paesi-in-via-di-sviluppo/#biblio

  4. https://www.biologicalmedicineinstitute.com/post/covid-19-mrna-vaccines
  5. http://vocidallestero.blogspot.com/2021/03/lettera-aperta-urgente-di-medici-e.html; versione originale in lingua: https://doctors4covidethics.medium.com/urgent-open-letter-from-doctors-and-scientists-to-the-european-medicines-agency-regarding-covid-19-f6e17c311595

Aprile 2021

Editoriale

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Quarto Numero-Aprile ’21

È curiosa la materia del tempo. Se il tempo degli innamorati, quello della felicità nell’azione, viene spesso descritto da chi lo vive con aggettivi di leggerezza- il tempo che appare “sospeso”- l’anno che è passato, dalla comparsa del primo DPCM del confinamento, ci ha lasciato addosso il segno deciso della pesantezza.

Come mai prima nella storia, la vita su tutto il pianeta è stata ri- plasmata da un manipolo di esperti, militari, capitalisti “illuminati”. Poco o nulla è rimasto non toccato da questi “chirurghi col manganello”: chi, dove e quando possiamo incontrare, che uso (non) fare del nostro corpo, fino ad una lunga lista di sacrifici sull’altare del loro mondo. Tutte le soluzioni approntate durante quest’anno di epidemia sono infatti accorgimenti tecnici per tenere in vita un’organizzazione sociale basata sul dominio dell’uomo sull’uomo, sulla guerra, sulla devastazione della natura. E, vedremo, tutto ciò che si prepara con la definizione suadente di “transizione” è ancora più mostruoso.

Il trauma di un anno di violenza istituzionale sparge i suoi segni un po’ dappertutto: dalla difficoltà a verbalizzare la dismisura dei cambiamenti di vita, alla diffusione del disagio psichico e dell’uso di droghe legali (psicofarmaci ecc.), all’autocensura preventiva delle opinioni divergenti con l’operato del governo.

Eppure, addebitare tutto quello che è successo alla sola cattiveria di chi governa sarebbe vittimistico e ingiusto.

Innanzitutto perché vittime non si nasce ma ci si diventa. In secondo luogo perché ci risulta chiaramente come la dinamica della servitù volontaria abbia avuto un ruolo importante durante questo anno di governo pandemico. Per fare un esempio banale, prima che il governo imponesse l’uso delle mascherine all’esterno- con la collegata possibilità di venire fermati dagli sbirri in qualunque momento- molte persone avevano anticipato questa scelta indossandola sempre, anche da soli in macchina. Allo stesso modo possiamo pensare che avverrà qualcosa di simile con i vaccini: se a sottoporsi volontariamente a questo esperimento medico di massa saranno in moltissimi, sarà più facile per lo Stato imporre costi sociali altissimi a quella minoranza sacrificabile che non vorrà farlo.

L’ubbidienza preventiva, questo segno della buona educazione impartita agli oppressi dagli oppressori, inoltre ha contribuito a formare il governo di tagliateste attualmente in carica.

E allora perché dopo un anno così duro, volere far vivere una pubblicazione come Scirocco?

In primo luogo, per riprendere il filo dei ragionamenti dove si erano interrotti. Poi, per non rimanere schiacciati dalla “ragione dei ragionieri” che ci satura l’anima: aprire, quindi, le maglie sempre più strette di questo silenzio da apnea, magari prendendo lezione dalle storie, dalle parole degli oppressi in rivolta.

Infine, ma è la cosa più importante, per ricordare che le parole, le analisi e i discorsi non bastano.

Quando la Storia imbocca quel crinale in cui l’espropriazione totale del corpo è a un passo, è proprio all’accordo di corpi, cuori e tempo di vita che bisogna affidare le proprie intenzioni. In rivolta, perché non c’è libertà- e vita, in fondo- senza rischi.

P.s. Non vorremmo che chi è arrivato alla fine di queste righe pensi che vediamo solo il brutto di questa vita. Al contrario, pensiamo che il bello che già c’è possa, debba, trascinarci verso il bello che è possibile. La “filosofia del giardino”- ecosistema di armonie tra l’agire trasformativo umano e quello che “prima” era natura- che gli arabi ci hanno lasciato in eredità, è ancora qui, nonostante la barbarie capitalista imperversi fuori e dentro di noi. Il bello che potrebbe essere sta nel portare quell’istanza trasformativa, i saperi taciti degli equilibri ciclici, fuori dai confini del giardino, nel mondo braccato dal dominio totale; passando dalla coscienza che mai come oggi non c’è confine tra cura e lotta, tra amore e rivolta. È per abbattere la soglia tra i due mondi che è necessario
abbatterne il guardiano: le nostre paure, cioè il brutto della vita.

Luglio

Editoriale

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Terzo Numero – Luglio

Dall’ultimo numero di Scirocco si è tanto parlato, giustamente, di quello che sta succedendo negli USA, la più grande ondata di conflitto sociale degli ultimi decenni in quel Paese.

Gli stessi giornalisti e commentatori che coprono o giustificano ogni schifezza delle polizie italiane, ci hanno spiegato che è normale e giusto ribellarsi di fronte alle ingiustizie di quella società.

Come se fosse diverso qui: non siamo noi, poveri e meridionali di ogni Paese, i “neri” di questa società?

Eppure qui assistiamo alla gioia del “ritorno alla normalità”, cioè ad un pessimo uso dello stare assieme.

Siamo convinti, però, che l’aperitivizzazione di massa sia un modo per tenere a bada angosce individuali e collettive sempre più forti.

Se, invece di bere per buttare giù quel nodo che abbiamo alla gola, lo sputassimo fuori sarebbe già un bel passo in avanti.

A tenere banco è, invece, ancora la lamentela ossia quel diritto che il potere ci dà in cambio del dovere dell’ubbidienza.

Certo, siamo consapevoli di come ci sia bisogno di spazi altri, per cambiare uso e direzione del tempo, ormai che anche gli spazi pubblici dei nostri paesi sono diventati le protesi di bar e pub, dove è normale essere passivi perché consumatori. Sarebbe necessario, quindi e innanzitutto, immaginare luoghi altri per non rimanere clienti a vita.

Una tensione diversa, rispetto agli altri numeri, animerà quindi queste pagine. Parleremo di colonizzazione, di alcuni aspetti dell’alienazione della vita quotidiana, pensando sempre che il miglior modo per affrontare simili questioni sia ribellarsi, organizzarsi, lottare.

L’alienazione ci appare come un enorme peso sulle nostre spalle. Affrontarlo per scrollarcelo di dosso ci sembra uno sforzo necessario per poterci mettere in cammino.

D’altro canto quello che il Sistema ci offre è un happy hour che somiglia sempre più ad un’ora d’aria prima che ci rinchiudano di nuovo.

I prigionieri, questa categoria tanto disprezzata dal pensiero perbene, avrebbero molto da insegnarci, per la loro esperienza: è durante l’ora d’aria, infatti, che si trama e si organizzano proteste e rivolte.

Maggio

Editoriale

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Secondo Numero

Siamo in piena fase 2, quella in cui Papà Stato ci doveva dare il permesso di uscire e incontrarci e, effettivamente, la vita in questi giorni sembra riprendersi le strade. Una paura però rimane: che il suono della campanella annunci la fine della ricreazione e ci richiami di nuovo nelle case. Non è una paura immotivata: uno sguardo al contenuto dell’ultimo decreto ce lo conferma.
In ogni momento, dicono, si può ripiombare nel lockdown; rimangono, inoltre, le autocertificazioni e viene definito nel dettaglio quello che si può e non si può fare. Incontrare gli altri? “Chi” te lo dice sempre il governo che, per l’occasione, rispolvera il libro del suo catechismo di sempre: Produzione, Patria, Famiglia! Con un tratto di penna si definiscono anormali quelli per cui le amicizie contano più dei figli del cugino.
Con un occhio ben rivolto al futuro, si vietano gli assembramenti, quindi le assemblee e le situazioni di protesta, in qualsiasi forma. La bandiera dell’ “andrà tutto bene” comincia a strapparsi e da dietro emerge la solita realtà con le sue odiose ingiustizie, le disuguaglianze crescenti tra chi ha soldi e potere e chi non ha nulla.
E, ormai chiaramente, gli analisti economici parlano di “situazione Greca” per descrivere l’Italia dei prossimi anni.
Dal nostro punto di vista quindi sarebbe un errore imperdonabile, che pagheremmo nel futuro prossimo, non capire che una guerra sociale si sta giocando all’ombra della gestione della pandemia. Procediamo quindi con le nostre analisi di questo tempo e tentiamo di fare chiarezza: è proprio quando il paesaggio di fronte a noi è cosparso di nebbie che diventa fondamentale trovare in noi le certezze che ci possono guidare nel cammino. Due, innanzitutto: 1. tra oppressori ed oppressi c’è un conflitto che nessuna situazione eccezionale può abolire; 2. l’illusione, tra gli oppressi, di salvarsi da soli crea le premesse perché le condizioni di tutti e tutte peggiorino.

Questi principi sono per noi validi sempre e quindi ci perdonerete se vi chiediamo di ricordarli nel leggere le pagine che seguono. Anche in questo numero, come nel precedente, tenteremo di tenere una linea doppia . Da un lato riteniamo importante approfondire l’analisi del mondo che gli oppressori stanno costruendo mentre noi siamo (fiduciosi?) a casa o dove ci permettono. Vaccinazioni obbligatorie, app per il nostro tracciamento costante, 5G, sono tutte questioni che avranno un impatto enorme sulle nostra vita e sul pianeta.
Dall’altro, continuiamo a pensare pillole di utopia pratica, ossia dei modi autonomi, solidali e autorganizzati per affrontare tanto la salute quanto le conseguenze della crisi economica che ci stanno scaricando addosso.
In ordine sparso troverete anche poesie, incursioni del linguaggio dei sogni e degli sguardi bambini. Una cura, questa, per il grande trauma dell’infanzia che si sta consumando in queste settimane e che riguarda tutti: bambini e adulti. Il gioco, la poesia, la lotta: tutte attività che vogliono aria e spazio per poter vivere. E che ci mettono davanti alla necessità, quando saremo pronti, di violare pubblicamente le restrizioni. Da un lato, perché l’amore per la libertà non sopporta campanelle né catechismi, dall’altro perché è un meditato senso di responsabilità che ci porta a ribellarci contro un’organizzazione sociale che ci vuole schiavi.

Ecco il primo numero!

Editoriale -Aprile

È passato ormai più di un mese da quando è stato approvato il decreto “io resto a casa”, un periodo abbastanza lungo per trarre un bilancio. Non ci stiamo riferendo qui alla triste conta dei morti, degli infetti e dei guariti che i telegiornali quotidianamente ci propinano con effetto terrorizzante. Quello che ci auguriamo è il ri-sorgere di uno sguardo autonomo sulle vicende eccezionali che stiamo vivendo: è la presa di parola dal basso. Un processo che non è iniziato con l’emergenza, ma che ha subìto un’accelerazione con essa, è la definitiva soppressione della voce di tutto ciò che è considerato marginale, come il nostro territorio e le persone che lo abitano. A trionfare è la voce arrogante di chi comanda, sempre pronto a fomentare odio e guerra tra poveri, mai a riconoscere le proprie responsabilità.
Cominciamo quindi a rompere il silenzio, e a porci qualche domanda.
Come mai tutti i territori (compreso il nostro) hanno subìto lo stesso livello di repressione, controllo e confinamento a casa, a prescindere dai livelli di contagio registrati?
Quanto potrà reggere la situazione economica di chi “lavora a nero” e quindi non può uscire di casa per comprovate esigenze lavorative?
Quanto ci fa ammalare l’essere costretti a rimanere a casa, uscire solo per fare la spesa, non vedere gli amici?
Quali saranno le conseguenze, sul piano della solidarietà, di questo clima forcaiolo in cui tutti siamo chiamati a denunciare il passante o il vicino?
Rispondere ad alcune di queste domande è semplice. Il livello di sofferenza psicologica di molte persone è al limite del sopportabile. Così pure sul piano economico: molte persone si trovano senza reddito e nella difficoltà di pagare affitto, bollette ecc.
Un’altra domanda che ci si potrebbe fare è questa: quanto durerà l’elemosina di Stato per farci mangiare? A cos’altro siamo disposti a rinunciare?
Le questioni in ballo in questo momento sono tante, su tutte è quella della sopravvivenza a pesare di più. Continueremo a delegare tutte le decisioni a chi non ha pensato ad altro che a peggiorare le condizioni del lavoro, a costruire discariche e inceneritori? A chi oggi, senza vergogna, si spaccia per salvatore della salute pubblica?Oppure sceglieremo di auto-organizzarci per fare fronte in maniera solidale alle sfide che questo futuro incerto ci riserva? Questo giornalino vuole essere un piccolo contributo in questo senso.
Al suo interno troverete tanto interventi critici sulla società quanto consigli, prospettive e visioni dalla e della vita per cui vogliamo lottare. L’emergenza ci mette di fronte ad una scelta. Il potere ci dice che “nulla sarà come prima” che si traduce, per chi sta peggio, nella necessità di sgobbare ancora di più per tirare a campare. Perché allora non pensare insieme ad un modo di uscire dal mondo delle emergenze e dei divieti, della fame e dell’isolamento? Perché non tornare a pensare che la vita vada vissuta e non temuta?