Per vivere occorre avere coraggio, per morire basta aspettare…

Domenica 22 marzo, dalle 18, a seguire piccola mangiata popolare

Come tutti, abbiamo appreso la “notizia” dell’utilizzo delle nostre amate montagne da parte dell’Esercito americano per allenarsi alla guerra. Non ci interessa tanto il fatto che un’interrogazione parlamentare abbia reso il fatto di dominio pubblico– così come non dimentichiamo che quella stessa parte politica si sia resa responsabile della profanazione di un altro santuario naturale: la sughereta di Niscemi devastata dal MUOS degli stessi americani. Non vorremmo però che la rabbia cosiddetta anti-politica ci faccia dimenticare che la Guerra è “il cuore di un mondo senza cuore”. Il loro mondo: quello in cui gli affari e gli interessi strategici valgono più di intere popolazioni, delle vite dei bambini, della sacralità delle montagne. Il fremito di rabbia prodotto dalla violenza contro Piano Catarineci, riannoda la coscienza che quella stessa violenza esplode contro i nostri simili, in un “là” sempre più vicino. E poi c’è l’impoverimento generale, il saccheggio che alimenta la macchina militare quotidianamente con i prezzi del carburante e dei beni di prima necessità in costante aumento.

Chiamiamo, quindi, ad un momento di discussione tra pari per uscire dalla trappola del confronto relegato nel virtuale e dal senso di impotenza sulle nostre vite e sui nostri territori.

Per l’incontro saremo ospiti dello spazio Alavò-Laboratorio per l’autogestione

Se la solidarietà è un crimine, non ci stancheremo mai di commetterlo!

Martedì 10 marzo, 16 persone, – tre di queste in stato di detenzione, tutte appartenenti all’area libertaria e anarchica dell’isola, sono chiamate a processo per i fatti avvenuti a Catania il 17 maggio. Le accuse sono pesanti, si va da . “resistenza e lesioni aggravate” al ben più grave “devastazione e saccheggio”, che prevede pene fino a 15 anni. Nel frattempo, giudici e digos hanno generosamente (e con che goduria!) strappato qualche ribelle dal tessuto degli affetti, dispensando carcere, domiciliari e fogli di via. Ma cosa è successo il 17 maggio dello scorso anno?È successo che un corteo, chiamato dala rete no-ddl sicurezza di Catania, tracimasse i confini non solo del consentito ma anche del concepito, esplodendo di rabbia, petardi e altri mezzi autoprodotti per il conflitto contro le forze dell’ordine all’altezza di Piazza Lanza; di fronte, cioè, ad uno dei carceri cittadini dove solo pochi giorni prima si era consumato l’ennesimo suicidio di Stato. Fin dal giorno dopo, i giornali riportavano le reazioni dei sindacati di polizia ed altri esponenti dello stato che strillavano alla “violenza inaccettabile”, fino al capolavoro dell’ipocrisia: “non ci può essere spazio per la violenza”. È fin troppo facile rispondere ricordando come questo mondo sia infarcito di violenza, come le merci di tutti i giorni ne incorporano quella dello sfruttamento, come la guerra per il predominio ne sia la rappresentazione più brutale e idiota. Ma per capire queste ragioni del cuore non basta condividere il medium linguistico, bisogna condividere una certa inclinazione dello sguardo e una certa esperienza del mondo: cosa impossibile con i guardiani salariati del mondo, a cui non ci rivolgiamo. Ma molto difficile pure con la gente dabbene: la vasta categoria di persone che abborrisce la violenza e che quindi non batte ciglio se delle persone accusate di averla agita vengono messe fuori gioco, chiuse a chiave per la sicurezza di tutti. A queste persone che hanno a cuore la sorte dei lavoratori a prescindere dal contenuto e dagli effetti dei lavori che fanno, potremmo ricordare quanto lo Stato non riesca a tutelare la salute dei suoi sottoposti in molte situazioni, se questo va contro interessi più grandi. Dai tumori per l’esposizione all’uranio impoverito nelle missioni in Kosovo, ai molti suicidi derivanti dal lavoro schifoso dentro caserme e carceri, alle nocività somministrate agli operai delle grandi opere, il punto non è certo difendere la salute offesa di persone trasformate in pedine. (E in questo elenco va considerato la nocività generale della colonia Sicilia – dalle falde inquinate da Webuild all’aria diossinica delle terre dei fuochi – a cui pure i corpi degli strumenti di colonizzazione, “nei secoli fedeli”, sono esposti.)No, il punto per i signori dello sterminio e della prevaricazione è che la solidarietà è il più grande crimine, soprattutto verso persone sconosciute, soprattutto se per esplicarsi non ricorre alla consolazione delle parole ma contende allo stato il monopolio della violenza. Certo, qualcun* potrà continuare a considerare che la rivolta è cieca, a noi piace pensare che è nella cecità apparente che si forma il bianco e l’iride di nuovi sguardi.Solidarietà alle persone arrestate e inquisite per Ipogeo e carnevale No Ponte! Luigi e Bak liberi!Palestina libera! Tutti e tutte libere!

solidali e complici

Annunciaziò annunciaziò: è nata una nuova rivista siciliana, “IL MOVENTE”.

E’ nata una nuova rivista nel ventre osceno e rimosso della cosiddetta nazione. Tutto il ricavato, escluse le spese vive di produzione della rivista, andrà benefit alla cassa di solidarietà anti-carceraria VUMSEC (Palermo). In basso trovate degli estratti dell’editoriale e una nota redazionale sul nome e sul progetto. In questo numero dialoghiamo di colonialismo, repressione, guerra, carceri e cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia in lotta!
Per richiedere copie scrivere a: ilmoventerivista@bruttocarattere.org

Per chi può e vuole, questo il link per dare una mano ulteriore al progetto: un’iniezione preventiva di soldi, con una quota maggiore per le casse di VUMSEC. https://www.produzionidalbasso.com/project/aiutaci-a-stampare-la-rivista-il-movente-n-0/

AIUTACI A STAMPARE E A DISTRIBUIRE la neonata rivista IL MOVENTE
formato A4, 88 pagine, finita di scrivere a gennaio 2026

Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo Mari Maruso (che sta per mare agitato in siciliano):

“In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un abbraccio mortale. […]

Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale. Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i cuori di tuttx. […]

Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza, costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti. […]

Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura serviva un nome.
Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire, sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE!
Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione, scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse, ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere. Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e tentativi di risposta. Cosa ti muove?”

“NUOVI” TESTI

Nell’anno appena trascorso, è capitato che compagni/e che curano altri progetti editoriali abbiano chiesto ai redattori di questo sito di scrivere dei contributi. Li incolliamo con autocompiaciuto ritardo – ché il ritardo è già sabbia negli ingranaggi nella società dell’efficienza.


Articolo pubblicato sul primo numero di “Disfare – Per la lotta contro il mondoguerra”. Per richiedere copie scrivere a: disfare@autistici.org

Passato/presente del movimento “Non si parte!”

Parlare del movimento “Non si parte!” equivale a rompere un muro di silenzio e di discredito che ha avvolto per decenni questo importante momento di autorganizzazione e rivolta sociale. Sono ottant’anni. Non è certo “per caso” che la rimozione di questa storia sia avvenuta. Da un lato, storici fedeli alla linea del PCI togliattiano hanno, da subito e per molto tempo, descritto questi avvenimenti come il frutto di orchestramenti fascisti, separatisti, comunque sempre reazionari; dall’altro, ha contribuito la spirale del silenzio che spesso avvolge i momenti di radicale violenza e illegalità, quando non riescono a imboccare la strada della rivoluzione sociale. Nelle circostanze in cui si sviluppò e che vedremo, il movimento di classe in Sicilia non poteva contare sulla solidarietà fuori dall’isola, com’era invece successo all’epoca dei Fasci siciliani coi solidali moti insurrezionali in Lunigiana, e dovette approfondire le possibilità offerte dal radicamento e dalla conoscenza dei territori interessati dalla rivolta.

Per anni le pressioni di tipo ideologico da un lato, e il ricordo di un momento di forte “illegalità” dall’altro hanno indotto gran parte degli anonimi protagonisti ad operare una specie di rimozione; la memoria si è chiusa nel rimorso, la storia, già divenuta “altra storia”, è stata soppiantata dalla Storia ufficiale; questo è quel che è sempre accaduto in casi simili, e le voci che han continuato a sostenere la verità dei fatti sono rimaste isolate e soffocate”1

È solo grazie alla pubblicazione dell’autobiografia di Maria Occhipinti e all’impegno successivo degli anarchici/che siciliani, e ragusani in particolare, se la lotta per la memoria è stata ripresa, dando dei risultati forse frammentari ma chiarissimi di un estesissimo movimento autonomo di azione diretta contro il militarismo, di espropriazione dei magazzini dei padroni e dei militari, di sperimentazione rivoluzionaria.

Rompere la rimozione

Come per altri avvenimenti della storia di Sicilia, dove alla colonizzazione materiale e militare si è sovrapposta quella culturale e storiografica, per parlare del Non si parte bisogna dilatare una densità eccessiva, per poterci guardare dentro.

Nel farlo, quindi, procederò con un movimento in due tempi: innanzitutto, qualche nota sul contesto siciliano di quegli anni, con un occhio particolare alle condizioni materiali e spirituali delle plebi (quasi tutte) contadine e (di scarso numero, presenti solo nelle città) operaie; poi tratteggerò con veloci pennellate alcuni momenti delle rivolte, evidenziando il maturare di condizioni insurrezionali in contesti particolari in cui i compagni avevano preparato e spinto in quella direzione, attingendo ad un’immaginazione (l’unico luogo non infestato dalla peste fascista) non disgiunta dalla memoria e dai sogni di lungo corso delle lotte contadine. In conclusione, alcune considerazioni valide per il presente e una scarna bibliografia.

La guerra in Sicilia finisce un anno e mezzo prima che nel resto d’Italia: l’8 settembre del 1943 viene firmato, a Cassibile, l’armistizio tra le forze alleate sbarcate in Sicilia e il governo italiano presieduto dal fascista Badoglio. Finisce così la guerra e comincia l’occupazione militare, con l’amministrazione degli eserciti anglo-americani che, nell’isola, svolge funzioni di governo oltre che di polizia.

Tra le masse povere siciliane esplode dapprima un senso di entusiasmo e di sollievo alla notizia della “pace”, dell’arrivo degli americani, ma l’entusiasmo dura poco. Le condizioni di vita sono più grame di prima per i più, molti Siciliani/e patiscono la fame, non si conta il numero dei morti, feriti e dispersi nella guerra del duce: un doppio dolore per le economie contadine che possono contare su poche braccia, rispetto a quelle date alla “patria”. Tutto questo mentre le case dei porci borghesi non mancano di nulla: molti figli dei ricchi erano infatti stati dispensati dal servire la patria grazie alla benevolenza del pelato romagnolo. Tra questi gentiluomini, molti ex fascisti praticano il salto, tipico della loro classe, sul carro del vincitore: diventano filo-americani e alla bisogna sedicenti antifascisti, tutto pur di mantenere un posto nel potere e nell’ambiente del sottogoverno: amministrazione delle carceri, ruoli di polizia, nella giustizia, fino al livello più infimo degli uffici comunali.

Così, una serie di lotte anticiparono la grande fiammata insurrezionale. Lotte, proteste, che erano il contrappunto a un quotidiano fatto di angherie e del disconoscimento dei più elementari bisogni. Lo scontro violento era il mezzo più persuasivo: ad esempio il problema del sussidio non pagato per chi aveva il marito al fronte, fu risolto dalle donne di popolo a Ragusa con un bel lancio di sassi sul municipio, ripetuto con efficacia per diversi giorni. Più le piaghe popolari e i contenziosi dilagavano e meno il malcontento era contenibile. Il modo antifascista in cui il nuovo governo aveva intenzione di affrontare la conflittualità sociale nella colonia siciliana, si esemplificò a Palermo il 19 ottobre del ‘44, quando l’esercito aprì il fuoco su una folla di lavoratori e disoccupati che chiedevano l’aumento dei salari, i primi, la diminuzione dei prezzi di farina e pane, tutti. In questa, passata alla storia come “strage del pane”, lo Stato lasciava a terra una trentina di morti e decine di feriti: è la prima strage di Stato dell’era post-fascista, chiara, alla luce del sole, che non turbò più di tanto lo statista Togliatti.

Non si parte! Non si parte!

È in questo contesto di miseria e privilegio costanti e di aspettative di cambiamento tradite che il governo invia per l’arruolamento 74.000 cartoline rosa per altrettanti siciliani, nati nel decennio 1914-1924. È un momento di grande complessità e confusione politica. Come accennato, del governo Bonomi, succeduto a Badoglio, facevano infatti parte anche i partiti di sinistra, PCI in testa che, con la svolta di Salerno suggerita a Togliatti da Stalin, aveva abbandonato ogni linea rivoluzionaria, contribuendo al consolidamento dello Stato, cioè alla repressione di qualsiasi movimento di incompatibilità con questa linea. Se questo contribuì a gettare nello spaesamento diversi elementi comunisti – molti di questi decisero poi di rompere per questo col partito – non impedì il montare della diserzione e della lotta.

Esiste una volontà diffusa di non partire, di non essere catapultati in una nuova guerra, di non

essere comandati dai generali fascisti che avevano già gestito l’esercito nei primi tre anni di guerra, di non combattere nel nome di una monarchia che aveva trascinato il paese nella disavventura del

fascismo e nella disgrazia della guerra. Non è certo l’efficienza del servizio postale militare ad impedire che il grande rifiuto si manifesti: sui 74. 000 richiamati, solo 14.000 si presentano. Il governo decide allora di attuare la linea dura, con i rastrellamenti casa per casa, rione per rione. È la goccia che fa traboccare il vaso: esplode la rivolta in 180 comuni isolani (su meno di 300). Le forme pacifiche di azione vengono quasi subito messe da parte: vengono assaltati i municipi e gli uffici di leva, spesso dati alle fiamme per bruciare anche i documenti del reclutamento, non si contano gli attacchi alle caserme per munirsi di armi, stessa sorte per i depositi di grano di Stato e per le case dei ricchi. In molti casi, quando Carabinieri e P.S. arrivano per reprimere e disperdere la folla, vengono accolti dai rivoltosi con bombe a mano e schioppettate.

Se rivolte, attacchi, proteste sono diffusi ovunque, in alcuni luoghi i moti prendono un piega insurrezionale e pre-rivoluzionaria. Nel fuoco della lotta, laddove le condizioni quantitative e qualitative – volontà e disponibilità dei compagni in primis – lo permettono, nascono diverse Repubbliche autonome contadine e rivoluzionarie: a Comiso, Naro, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi. Molti di questi luoghi sono gli stessi epicentri delle rivolte dei fasci siciliani, a segnare una caratteristica che unisce i contadini siciliani a quelli di ogni dove: il fiume dei sogni rivoluzionari ha memoria lunga, non teme di scorrere carsicamente per un periodo, non teme di risalire e riesplodere in superficie. Le durate di queste repubbliche sono variabili: si va da pochi giorni ai quasi tre mesi di quella di Piana degli Albanesi. Tre mesi sono abbastanza per assaporare il gusto di una vita riappropriata, costruita su principi comunisti e autogestionari. Troppi per lo Stato e le classi dominanti, anche loro purtroppo dotati di memoria: la strage di Portella della Ginestra, una continuazione di quella guerra con gli stessi strumenti, serve a debellare il virus di quel possibile per il futuro.

Il movimento quindi avanza e si radicalizza localmente, col limite di una scarsa capacità di coordinamento, ma si possono intravedere delle caratteristiche comuni, alcune delle quali si ripresenteranno anche nei successivi movimenti di occupazione delle terre.

1. La solidarietà tra oppressi e la capacità di spezzare la retorica antifascista delle sinistre di governo. Molti elementi comunisti e libertari della rivolta, proponevano la costituzione di brigate di volontari per supportare la guerra partigiana rivoluzionaria del nord, contro l’intruppamento nelle milizie dell’esercito regio.

2. Il protagonismo delle donne. Questo elemento sarà visibile pure nelle lotte per la terra e contro la repressione fino al ‘55. Per il Non si parte è eclatante il caso di Ragusa e di Maria Occhipinti, con cortei di donne proletarie che bloccano i convogli dei rastrellamenti e vanno in giro per la città a infondere coraggio, chiamando alla ribellione.

3. La lunga memoria dei contadini delle rivoluzioni incompiute da Garibaldi in poi, con una dinamica incrementale della coscienza che si dimostra con il salto nell’uso dei mezzi violenti, nell’autogestione della lotta, nella diffidenza verso le dirigenze di sinistra e nella radicalità degli obiettivi pur in assenza di una chiara strategia rivoluzionaria (difficile nelle condizioni date). Tutto il contrario dell’accusa di immaturità della pubblicistica picista.

4. Il farsi anarchico della lotta. Testimoniato da diversi elementi. Dall’abbandono, da parte di militanti importanti, del partito comunista. Esempi di spicco sono la stessa Occhipinti – che approderà finalmente all’anarchismo nella rivolta grazie all’incontro con Franco Leggio e compagne/i – e Petrotta, una figura autorevole tra i contadini che darà un contributo importante alla repubblica di Piana degli Albanesi, dopo aver fondato, fuoriuscito e in rotta col partito, un “comitato antimilitarista”.

Si può poi citare, anche, il divertente aneddoto che coinvolse il segretario regionale del PCI, Li Causi. Andato per convincere della bontà dell’arruolamento e dei sacrifici per la patria, fu caldamente invitato ad andarsene da un militante con questa ars oratoria: “attento compagno Li Causi perché abbiamo le tasche piene di bombe a mano, attento a quello che dici!”… tempi più lieti, in cui la minaccia non era esclusivo appannaggio della cultura mafiosa.

5. Le ragioni del rifiuto e quelle della lotta erano un tutt’uno. Il rifiuto di andare a combattere si saldava col sogno rivoluzionario della terra per i poveri. Anche se presente in poche intelligenze sovversive, si percepisce un intuito sulla potenzialità del momento: il modo migliore per difendere il rifiuto di ognuno alla guerra degli Stati è realizzare una guerra per i propri bisogni e sogni.

Chiaramente, non fu tutta una luna di miele. Ci furono casi, soprattutto nelle prime fasi, in cui elementi separatisti e pure fascisti provarono a sfruttare l’ondata ma, o si ritirarono quando il gioco cominciò a farsi duro, oppure furono smascherati e messi fuori gioco da compagni pienamente integrati nel tessuto umano e di classe della rivolta. La storiografia staliniana ha ingigantito questi fatti, reali ma residuali, per gettare nel discredito questo moto di poveri ingovernabili.

La pagina finale di questo generoso slancio insurrezionale antimilitarista fu scritta, come da tradizione, dall’esercito regio. Con campagne di assedio, si liquidò il movimento con decine di morti, centinaia di feriti. Poi arrivò il metallo freddo della Giustizia: dopo il 25 aprile 1945, si celebrarono, solo per il Meridione, 200.000 processi per diserzione.

Conclusioni

Sono lampanti tanto le analogie con le forme di lotta del movimento antimilitarista in Ucraina, quanto le differenze col contesto italiano odierno. Se le nostre parole d’ordine e le tensioni non sono diverse da quelle dei rivoluzionari di allora, c’è un abisso tra il movimento reale di allora e quello… si ha difficoltà a finire la frase. Il nemico in questi ottant’anni non ha certo dormito, alternando momenti di repressione al perfezionamento dello spettacolo tecnomercantile, è riuscito dove neanche il fascismo era riuscito: a sradicare dalle classi oppresse l’immaginazione di cosa altro fare della vita strappandola agli amministratori e devastatori dell’esistente, una vita che torni ad essere nostra. E cosa dire delle campagne, cioè delle geografie extra-metropolitane così utili ai fuggiaschi, veri e propri soggetti alleati delle diserzioni? Per lo più lasciate al sistema, qui si trovano tutt’al più sparute esperienze di resistenza agroecologica e poche progettualità di vita di compagni/e. Tuttavia, nonostante la loro attuale frammentarietà e debolezza, possono essere proprio questi i luoghi da immaginare come grembi, dove una vita maggiormente autonoma e meno controllabile faciliti la costruzione di resistenze, alleanze, “nuovi” modi di essere partigiani. Qualcosa già successa in epoca covid, la costruzione di mappe clandestine per evadere dalle città, può e deve essere attualizzata, nel dialogo all’interno dei collettivi di compagne/i, quindi rafforzata e dove possibile progettata. Non è detto sia lontano il giorno in cui la solidarietà coi disertori si misurerà con la solidità delle basi che siamo riusciti a costruire.

– “Luoghi e momenti salienti”2

S. Margherita Belice- Fiumefreddo- Canicattì- Favara- Leonforte- Polizzi Generosa-Catania: (14 dicembre ‘44 rivolta popolare)- Castel di Judica- Ramacca- Paternò- Zafferana Etnea- Scordia- Vizzini- Ucria- Sciacca: (distruzione caserma Carabinieri)- Termini Imerese- Campofelice: (lancio di una bomba sulla ferrovia contro convoglio che trasportava materiale militare; lancio di una bomba sulla casa del sindaco)- Siracusa:(manifestazioni e sommosse davanti al Municipio e al carcere. Ammutinamento e lancio di bombe a mano da parte dei richiamati. La corazzata Doria dal porto minaccia coi cannoni la città. Picchetti di marinai setacciano la città)- Piazza Armerina- Palma di Montechiaro: (assalto ai mulini, fuga dei carabinieri, grande abbuffata popolare di uva passa)- Scicli: (la folla assale la forza pubblica)- Palazzo Adrano: (11 dicembre ‘44: assalto alla caserma dei carabinieri con fucili e bombe a mano. Incendio dell’esattoria comunale, bomba contro il comune, fucilate contro il circolo dei notabili, sequestro dei soci più ricchi compreso vice-sindaco PCI)- Solarino: (occupazione di una caserma dei carabinieri); Avola: (assalto a un treno e distruzione di un ponte ferroviario)- S. Croce Camerina: (disarmo dei carabinieri e dirottamento delle armi ai rivoltosi di Vittoria)- Ragusa: (rivolte, assalti a caserme ed armerie private, assedio della prefettura, bomba a mano contro il neoquestore socialista, battaglia di “Beddio”)- Vittoria: (assalto alle caserme di Finanza, PS, Carabinieri. Assalto al carcere e liberazione dei detenuti. Liti tra rivoltosi fascisti e comunisti)- Piana degli Albanesi- Palazzo Adrano- Comiso- Giarratana- Naro: (rivolte, occupazioni fino alla proclamazione di libere repubbliche popolari).

-“Maria Occhipinti”

Di questa donna e di questa compagna, tante cose potrebbero dirsi e nessuna riuscirebbe nell’intento di coprire una vitalità così accesa – ché, si sa, vitalità e mobilità di spirito sono un tutt’uno. Si potrebbe ricordare la passione, la generosità e il coraggio di quando, incinta, si buttò senza pensarci sotto il camion dei rastrellamenti carico dei coscritti – tra i quali non c’era il marito ma i mariti delle altre, fratelli di condizione– , costringendo gli ufficiali a rilasciare tutti e dando scintilla alla prateria del malcontento generale che aspettava di incendiarsi. O altri ammirevoli guizzi di vita, di dignità, di lotta. Eppure qualcosa rimarrebbe in ombra, qualcosa di meno (vistoso) e di più (importante) della grandiosità dell’Azione, per quanto sempre necessaria. Per me sta tutto in queste poche righe della sua autobiografia.

Quando la prima macchina fu sotto il balcone, buttai i fiori gridando: “Viva gli Americani!”. Quella era la macchina del governatore, e lui mi fece scendere e mi disse tante parole in inglese che non capii, e faceva segno con la testa, si vedeva che era commosso e mi strinse la mano ed io seppi dire soltanto: “vogliamo la pace, abbasso la guerra”. Seguirono altre macchine. Alcuni soldati tedeschi piangevano e si nascondevano tra la folla. Ad uno diedi un vecchio paio di pantaloni e un giubbotto di mio marito, altre donne seguirono il mio esempio e i tedeschi travestiti si poterono allontanare confondendosi coi borghesi, mentre gli americani occupavano la città.

Si evince un’etica scattante, che sa riconoscere il cambio di campo tra vincitori e sconfitti e con questi ultimi solidarizza, anche se, fino all’attimo prima, erano ingranaggio della macchina che opprimeva ma che, in quanto sconfitti, ricadono subito nella condizione dell’essere soggetti all’arbitrio della violenza altrui. Un internazionalismo degli occhi materni.

Bibliografia

Omettiamo volentieri le poche pubblicazioni denigratorie. Si noterà che tutte le pubblicazioni che si possono trovare sono di matrice libertaria/anarchica, segno che la volontà degli apparati di potere era ed è quella di una rimozione totale.

Giomblanco Francesco, Alto tradimento, La repressione dei “Moti del non si parte” dal carcere al confino di Ustica, 1944-1946, Sicilia Punto L, Ragusa 2010, p.212.

Occhipinti Maria, Una donna di Ragusa, presentazione di Pippo Gurrieri, nota di Carlo Levi, prefazione di Paolo Alatri, Sicilia Punto L, Ragusa 2016, p.168

Petrotta Giacomo (a cura, e a cura anche di Angela Lanza), Testimonianza da una repubblica contadina, Centofiori, Palermo 1979, p.181.

Romano Giosuè Luciano, Moti rivoluzionari nel ragusano, dicembre 1944-gennaio 1945, Sicilia Punto L, Ragusa 1998, p.167.

1Dall’introduzione di Pippo Gurrieri alla pubblicazione illustrata “Non si Parte! Non si parte! Le sommosse in Sicilia contro il richiamo alle armi”, Sicilia Punto L

2Tratto da Antonio Mangiafico, Pippo Gurrieri, “Non si parte! Non si parte”, op.cit.


Questo altro articolo è stato scritto per l’ottavo numero della rivista “Scorci – rivista siciliana di varia umanità”. Per richiedere copie scrivere a: scorcirivista@gmail.com

Lì dove i due sentieri si incrociano. Note a proposito di ucronia e utopia

“Il tempo è un invenzione degli uomini incapaci di amare”

Era il 1978, quando, in una risposta critica ad un testo di Mario Mieli, Jacques Camatte scrisse questa frase di sintesi e bellezza folgoranti. Da allora, da quel mondo – la frase, dalla carta stampata, si riversò sui muri di molte città francesi: cioè negli spazi di cui l’intuito ribelle della specie presentiva la perdita a vantaggio del dominio totalitario – i nemici dell’amore non hanno mai smesso di darsi da fare. Dell’amore, cioè di una libertà incarnata e delle molte possibilità cui allude, della stessa pulsione a vivere, che oggi si trovano braccate dallo stato di polizia, dalla guerra permanente “fuori” e “dentro”.

E se l’orrore è avanzato, è perché i suoi progettisti (e le macchine progettate) lavorano incessantemente a disaccoppiare lo spazio dal tempo, l’essere dal desiderio di essere, il tempo presente dall’eternità (un impossibile solo per chi non ha mai amato): tutto ciò che (dis)fa la virtualità nelle nostre vite.

Da questa presa mortale che ci fa sentire stritolati nel momento stesso in cui ci separa, l’unica via di scampo è la ricerca della via di scampo – “cercare chi e cosa nell’inferno non è inferno, e farlo durare”. Nella nostra esperienza, il nostro incontro amoroso e il paesaggio che l’ha accolto – traboccante, noto e incognito fin dall’infanzia – è stato lo spazio/ tempo di un’ esplosione di vita. Quell’energia ha rimesso in movimento altre epifanie raccolte nei percorsi individuali precedenti – l’incontro con la lotta, con gli spazi/tempi della comunanza nati dalla rottura della trama capitalistica dell “ognigiorno”, con le piste di ricerca spirituale.

Cioè: si può approdare ad una forma di vita che ci somiglia di più (il piccolo che ci contiene), solo a patto di “deragliare” dalla Storia, il grande -cimitero- che fa di tutto per tutto contenere. Non un movimento simile a quello del salmone, ma un’uscita dal fiume e dalla sua direzione unica (come dalla sua striminzita libertà di andare in un verso o nell’altro). Così siamo approdati dove ancora non siamo appieno, tra il desiderio di “altro” e i molti ostacoli che questo mondo, questa organizzazione sociale, vi frappongono; per dirla in altro modo, non si esce dall’epoca che incarcera tutti e tutto senza quell’effrazione che chiamiamo insurrezione. Eppure, nello stesso tempo, la nostra porzione ecologica, una campagna in pendenza, una montagna non solo roccia e boschi, è – a tratti – un’esperienza altra del tempo. I muretti a secco, i ponti, un sistema di ripartizione delle acque di secoli (eredità degli arabi), la filosofia pratica “dù jardinu”, i saperi sospesi tra corpo e spirito, tutte tracce di una civiltà contadina non del tutto estinta, convivono sì con il tempo-macchina-capitale ma non gli sono riducibili; questo tempo ti viene a trovare con la faccia del vicino e dei genitori del tuo compagno di scuola “diverso” (non più povero, non più ricco, perché tra i due mondi non ci sono scale di conversione possibili, ma più povero e più ricco insieme). E poi con un certo rapporto di meraviglia verso gli alberi, la terra e il suo brulicare, il cielo e il suo vorticare, il cosiddetto selvatico, magari quando il corpo/mente è in uno stato extra-ordinario a causa della fatica e del sudore per addomesticare quel selvatico: rapporto ironico, quello tra il cosmo e l’umano.

Quando il tempo di ciò che non è ancora precipita nello spazio del possibile, con fatica, slancio, incespicando, spiccando il volo, anche se singulto o canto di una nota, quel precipizio -mai al sicuro dalla caduta- è soglia permanente. Il nostro, potremmo quindi accennarlo come tempo della soglia. Una qualità particolare dello spazio nel tempo, del tempo nello spazio, che intercettandosi si fanno concrezione dell’altrove fin dentro i corpi, fino al gesto più umile di una zappa che muove la terra per prepararla al seme.

E cos’è un orto se non una soglia: dal tempo della germinazione, che si fa corpo nel seme, a quello del frutto che il seme contiene? Una promessa sempre rinnovata, di vita a venire, non quella selvatica che avviene “a priori” dall’umano, ma quella derivata da una visione di convivenze e geometrie, ordine e disordine, fallimento, riuscita, e che arriva a comprendere pelli mutate, esoscheletri abbandonati, radici protette dal buio del ventre terrestre che muovendosi senza essere viste spostano centimetri di terra portando aria dove prima non c’era.

Tutto questo a che serve o, almeno, a cosa è servito e serve a noi? A portare alla collettività di cui ci sentiamo parte uno “spicchio di possibile”, una breccia tra la nostra storia di oppressi e la rivoluzione come esodo dalla Storia con i suoi treni sempre più in corsa verso la catastrofe. Un rapporto, quello tra esploratori e collettività di partenza, non sempre semplice, perché il viaggio ti trasforma al di là delle tue intenzioni, ma per noi ancora segnato dall’orizzonte in cui la trasformazione radicale incrocia ucronia e utopia, e i molti sogni e sentimenti delle/i ribelli che rimangono sospesi quando i corpi vengono repressi.

Questi ambiti di esperienze e di pensieri convivono con la coscienza di quel che manca e che solo l’azione collettiva può creare. È per questo che abbiamo aperto “Alavò – laboratorio per l’autogestione”, per ri-accoppiare lo spazio e il tempo, renderli qualcosa d’altro, dare ritmo quotidiano a questo qualcosa. Ma, questa, è un’ altra storia…

“…ho realizzato che non era possibile concepire la comunità senza comprendere che noi non dobbiamo vivere un altro tempo, un altro spazio, bensì riunirli (per non aver affrontato ciò, nessuna comunità ha evitato la trappola del dispotismo) e che questo poneva in modo nuovo l’amore e l’eternità, e che senza l’amore era impossibile affrontare la nuova dinamica vitale.”1

P.s. A distanza di giorni da una sua prima stesura, abbiamo scoperto che Jacques Camatte ha lasciato questa terra proprio lo stesso giorno in cui abbiamo cominciato a scrivere queste note. Ironico, talvolta, anche il rapporto degli umani tra di loro.

Se è vero che il tempo lascia segni, una sorta di gessetto sulla lavagna dei corpi e della terra, per gli umani, grazie alla scrittura, è vera anche la possibilità del contrario: un’esperienza del tempo che, segnata, esce dalla contingenza. Di seguito alcune scritture sul tema, che nel 2019 uscirono in un foglio semi-clandestino chiamato “Mal’aria”2

La lama e la zagara

Ogni cosa a suo tempo, ché ogni cosa ha il suo tempo. Quello della potatura arriva sul finire dell’inverno, quando il freddo rallenta i battiti ma non gela la vita, l’ulivo ha dato i suoi frutti, l’olio nuovo riposa nelle giare e ungerà, ancora, lo spirito col sapore dei millenni e le lingue con la memoria dei gesti tramandati, nell’intreccio ignorato tra il ruotare del tronco e il ruotare della terra. Terra fitta di radici, notturna e sontuosa di segreti, col suo fondo di vita che “spinge e dura”, finché primavera non la liberi e mani di volontà nodose ne percorreranno le vie, immaginandone le direzioni, tutte possibili. La scelta: urgente e meditata. La chioma è folta, confonde, ma uno sforzo di visione traccia il disegno della luce e dell’ombra, dove togliere e dove lasciare. Quanto di vecchio e quanto di nuovo. Nel verde argenteo che affolla i rami cresciuti, dovrà farsi spazio il cielo: le cicatrici esposte, ti suggeriscono la storia degli incontri passati tra mano e albero e albero e fulmine. Impari a distinguere le ferite procurate dalla cura, a preservare l’equilibrio della convivenza, perché l’albero sia leggero al punto giusto, l’aria lo attraversi senza fatica e i rami trovino il sole senza lite. Ogni cosa ha il suo tempo. La potatura ne richiede il necessario. Svuotata del ragionìo numerico, la testa si concede al corpo, in un accordo di istinto e volontà: farai tagli netti e lascerai promesse di rami nuovi, pulirai i vecchi dal secco, terrai affilate le lame, controllerai la zagara, respirandone il profumo. E ti terrai pronto alla raccolta.

Mala tempora currunt

La cultura latina, a fronte delle molte scorie- Stato, diritto e famiglia, per dirne alcune-, ci ha lasciato anche delle tracce linguistiche positive. Una di queste è la nozione di tempo. Le lingue anglosassoni non hanno la stessa fortuna e distinguono tra un tempo del cielo (wetter, wheater) ed uno degli uomini (time): il primo ha a che fare con la pioggia, il secondo is money. Per noi che volenti o nolenti siamo neo-latini, il tempo ha a che fare sì con le nuvole, ma anche con gli sforzi per lasciare traccia del nostro passaggio. Non si può negare che questa concezione abbia una sua potenza romantica e pagana, eppure una sua ambiguità.

Prodigio del ribaltamento dialettico, capita spesso di assistere al movimento parallelo del qualificare moralmente eventi atmosferici (“bastardo ‘u tiempu!”) e il de-responsabilizzarsi sugli effetti del nostro (non-)agire.

Così durante la mietitrebbiatura dell’anno scorso ovunque poteva capitare di sentire la rabbia contro il cielo che mandava fastidiose secchiate d’acqua fuori stagione, piuttosto che vedere l’enormità dei danni come conseguenza naturale della monocoltura del grano che il capitalismo ha imposto in queste zone con poche o nulle opposizioni – dopo avere messo “fuori gioco” il suo nemico storico, quel movimento contadino che avrebbe saputo cos’altro farne di quella terra.

È nel momento in cui la catastrofe ecologica comincia a mostrarsi che si manifestano anche le menzogne delle promesse del capitalismo: le illusioni di una crescita lineare dei prodotti, di una natura da piegare docile al nostro sfruttamento, vengono spazzate via dalle tempeste di un pianeta in caduta libera. Se la paura della lotta di ieri ha seminato le premesse per la disfatta di oggi e i guasti di questo sistema si vedono tanto negli effetti materiali quanto in quelli morali e intellettuali su singoli e collettività, occorre oggi lottare per sottrarre noi stessi e i territori alla presa dello Stato e dei suoi progetti capitali. Per poterci riconoscere, domani, nelle nostre azioni e imparare a distinguere il cielo dalla terra.

1Il frammento iniziale e quello finale di Camatte, citati nel testo, si possono trovare on line sul sito di Carmine Mangone, che si è occupato anche della loro traduzione in italiano e che qui ringraziamo. https://carminemangone.com/2012/08/06/jacques-camatte-mario-mieli-amore/

2https://sciroccomadonie.noblogs.org/files/2021/01/malaria_aprile.pdf

Dalla Francia- La libertà non nasce da un solco*

Riceviamo e pubblichiamo questo testo acuto e irriverente che viene dalla Francia, per il quale ringraziamo la compagna che lo ha tradotto, pensando a noi per la sua pubblicazione (per ragioni di cui diremo più avanti). Si tratta di un testo che ha diversi meriti. Il primo, quello di non cercare adepti: chi scrive parla per sè e, affidandosi alla penna come una lama per andare al cuore delle cose più che per fare ghirigori che piacciano a chiunque legga, scava uno spazio di indagine dove le questioni scottano e nessuno/a può scaldarsi nella sicurezza dei propri focolai teorici.
Il secondo merito è di attualizzare la memoria di un passato recente a rischio rimozione. Qui, infatti, si ripercorrono alcune vicende accadute nel biennio virulento del 20-22, su cui la scure della rimozione si accorda con gli interessi della repressione (e della depressione): l’ondata di sabotaggi che soprattutto in Francia, ma qualcosa avvenne anche in Italia, fece capitolare diversi ripetitori della telefonia mobile e di internet. Essendo questo blog nato in quegli anni, in supporto ad un omonimo giornale di contro-informazione che fu tra i pochi a dare notizia di queste azioni dirette, questa coincidenza ci fa contenti (siamo anime romantiche). Poi, c’è un punto di contatto, infatti nelle righe che seguono ci si addentra in temi su cui, chi anima questo luogo virtuale, ha scritto; se – si capirà senza fatica – le posizioni e i risultati sono molto diversi, ci sembra analogo
l’ethos verso la vita/lotta in cui si mescolano esperienze dirette, passione rivoluzionaria, tensione individuale e storia/storie collettive. C’è, insomma, legna perché questo fuoco continui ad ardere.

* L’articolo è apparso in francese nel primo numero, di giugno 2024, della rivista La Houle. Per richiederne copie cartacee, si può scrivere all’indirizzo bouteillealamer@riseup.net

Note sulla traduzione

Nel tradurre bene un testo spesso non si valuta quanto lo spostamento spazio-temporale possa modificarne il significato, quindi vanno precisate alcune cose.

Questo testo è stato scritto in un contesto particolare : quello della Francia, dove nella scia delle ZAD il concetto di territorio era diventato centrale in gran parte dei movimenti autonomo, libertario e anarchico, e il “retour à la terre” un fenomeno generale, fino a rappresentare un fine in sé. Inoltre era il periodo post-confinamenti, nel quale, dopo aver sentito le cose più strane e contraddittorie venute dagli stessi movimenti, c’era bisogno di presentare il conto.

Ma questo testo non punta a rifiutare ogni riflessione e sperimentazione nell’ambito del territorio e della comunità, opponendovi la sola azione offensiva (pare che chi l’abbia scritto sia pure andato a vivere in campagna…). Intendeva per contro, in un certo contesto, sottolineare che se territorio e comunità servono quale sostituto mitico alle prospettive di lotta e non le appoggiano nei momenti giusti, cioè nei momenti in cui il reale può sorgere dietro al velo dell’irreale, allora sono anch’essi una truffa.


In Italia, il ritorno alla terra ha delle caratteristiche un po’ diverse, per la storia delle migrazioni interne, per il livello di repressione del movimento anarchico, e forse anche perché il modello della lotta territoriale non ho avuto lo stesso peso che in Francia. Ma spesso ritornano le medesime tematiche, e non a caso: esplorare le tensioni tra lotte, radicamento, ma anche spiritualità, è una dinamica già in corso in tanti contesti. Una dinamica spesso spinta da un’ideologia ecologista (molto più che marxista) che cerca di impiantarsi per legittimarsi.

In realtà, da anni la questione del radicamento ci sembra secondaria. Dai monti alle città, la questione sarebbe piuttosto: come rinforzare le offensive che, ben oltre la penisola, puntano la fabbrica dello sradicamento, guerra e tecno-scienza.

E se ci fosse bisogno di una certa irreperibilità? E di una capacità a non aspettare sempre la comunità?

La libertà non nasce da un solco

Risposta a Terre et liberté

Durante gli anni 2020-21, diverse centinaia di ripetitori sono stati sabotati in Europa. In precedenza la pratica esisteva già in maniera sporadica, associata ad una critica al ruolo della tecnologia dell’informazione nei dispositivi di potere. Da allora, si è diffusa e perdura.

Anche se qualche ministro sinistro, alto funzionario di polizia, o magnate della stampa hanno cercato di associarli a delle posizioni strambe, complottiste, antisemite e così via, questi atti sono ormai conosciuti da tutti. Resteranno un simbolo di resistenza durante i confinamenti, e più globalmente un simbolo di rifiuto del controllo tecnologico.

Ciononostante, una gran parte di coloro che esprimono pubblicamente delle critiche radicali è rimasta muta sul tema.

Senza dubbio ha giocato la paura di essere associati al complottismo. E anche la paura di essere associati tout court a questi atti. Ma quando si evita di compromettersi, quando si elude il presente, la radicalità arrugginisce e le critiche rammolliscono. Perché il pensiero si affina quando si scalda vicino all’azione, e si impantana quando se ne allontana. Ancora di più se gli avvenimenti stanno rimescolando le carte delle norme sociali, e la storia prende una svolta più buia. Per pensare liberamente bisogna esercitare la propria libertà. Ora, uno degli effetti del periodo covid è stato proprio il riposizionamento delle tensioni tra libertà, comunità e azione.

1. Terre et liberté

C’è un libro apparso alla fine del 2021 che ha ricevuto un certo successo: non è per la clamorosa novità del discorso, poiché Terre et liberté – questo il libro – non era ancora uscito che sotto molti aspetti era già un po’ sorpassato. Nel 2021 la solfa del ritorno alla terra, della Zad e del Chiapas non era né nuova né indispensabile. Né di scottante attualità.

Il successo del libro riguardo piuttosto il suo lato didattico, e la buona idea che ha avuto Aurélien Berlan – questo l’autore – di definire la libertà degli industrializzati come una volontà di délivrance1. Sì, per un industrializzato – sei tu sono io siamo noi – essere libero è essere liberato dalle fatiche, dalle pene, ma anche dalle malattie, o persino, a volte, dello sforzo di pensare – questo l’aggiungo io. Essere in grado di far fare il lavoro agli altri, altri resi invisibili (poiché ci sono degli schiavi dietro i vostri oggetti tecnologici, se osservate ve ne accorgete), questo sarebbe essere liberi. Almeno per i borghesi versione 3.0 e per coloro che vogliono assomigliare loro. Non dover più agire. Divenire addirittura incapaci di farlo. Per quella gente lì, in fondo, la libertà è non fare fatica, è la pigrizia.

Ma questo non vuol dire che invertendo l’equazione si possa proporre una definizione più pertinente. Orbene, ecco la proposta dell’autore di Terre et Liberté: la libertà, è provvedere ai propri bisogni attraverso una comunità legata alla terra.

Se volete farvene voi stessi un’idea, leggete il libro. Se vi sembra troppo faticoso (attenzione, è un tranello), potete dare una scorsa alla sua recensione esasperata nell’ultimo numero di Avis de Tempête di dicembre 20222, che, purtroppo, ha soffiato un po’ a lato della questione: scandalizzarsi del modo di vita dell’autore e della reputazione delle sue frequentazioni non costituisce una risposta al contenuto. Che l’autore sia un buon anarchico, un pessimo anarchico, o che non lo sia per nulla, in fondo ce ne freghiamo. E non sarà del resto la sua più grande colpa: il suo torto è di non aver saputo cogliere ciò che poteva essere oggi un’idea di libertà opposta a quella di délivrance. Forza, non ci resta che provare a attraversare il pantano.

Nonostante le sue qualità didattiche e le sue buone analisi, questo libro mi ha irritato, con la sua maniera di vedere tutto il bene nella comunità, e tutto il male nelle ipotesi che contemplano altri sentieri. E come amalgama grossolanamente individuo liberale e indipendenza d’azione! Senza l’approvazione della massa, nessuna legittimazione politica? Ogni azione dovrebbe quindi essere allineata ad un movimento? Eppure la realtà, antica o recente, racconta altre storie. Ma non è ancora questo l’essenziale: nel 2020-21, quando scrive il libro e un’ondata di sabotaggi antitecnologici attraversa l’Europa occidentale, durante la quale, bisogna pur ricordarlo, i movimenti come i Soulevement de la Terre hanno brillato per la loro assenza, l’autore non ha visto due cose. Una: non si è accorto che sono avvenute decine di azioni anti-tec, o si è semplicemente dimenticato di parlarne nel suo libro. Strana miopia politica. Due: non si è accorto che la nozione di libertà, dalla fine del ciclo delle Zad e la gestione tecno-medicale delle popolazioni post-covid, ebbene questa nozione di libertà si è ulteriormente spostata. Caramba…

2. Comunità contro libertà

Scrivere, come agire, è una questione di situazione. Se qualche anno fa potevamo ancora percepire delle prospettive comunitarie pertinenti, la pacificazione di Notre-Dame-de-Landes prima, poi l’accrescimento del controllo e dell’auto-controllo dal covid (dietro il pretesto di non contaminare la comunità), sono stati dei rivelatori. Hanno scisso queste due nozioni: libertà e comunità sono diventate estranee. Che sia un microcosmo alternativo o la società nel suo insieme, la comunità confinata e auto-controllata si è alienata la libertà. Per convincersi basta dare un’occhiata alle posizioni dei militanti virtuali come il blog Cabrioles, per l’ “#autodifesa sanitaria”, secondo il quale, poiché il virus attacca i più deboli, contraddire o levare le misure sanitarie post-covid rientrerebbe in una logica da privilegiati, irresponsabili, validisti, e eugenisti (eugenisti perché i malati sarebbero i sacrificati di una selezione del più forte). Tutto questo annuncerebbe un nuovo fascismo. Ma certo. Questi coraggiosi blogger e twittatori dell’estremo, riflesso caricaturale di posizioni tristemente diffuse, prolungano la logica dell’autorità tecno-medicale di Stato, la politica dell’obbligo vaccinale, di sperimentazione biomedicale, di controllo tecnologico. Ma poiché nella loro logica la vittima di un fenomeno ha per forza ragione, dato che è per forza legittimata a determinare come gli altri debbano vivere, arrivano a capovolgere la realtà: l’eugenetica non sarebbe più lo sviluppo di tecniche di manipolazione genetica, o la medicina di massa, ma il fatto di disobbedire all’ordine sanitario. L’individuo dovrebbe rispettare le regole per proteggere la comunità dal male, e la comunità dovrebbe sottomettersi al controllo, pena il generare delle ingiustizie. Ecco qui la posizione dominante dei radicali durante il covid. Tuttavia la posizione media è stata il dubbio, l’inazione e, in alcuni casi, il sostegno alla resistenza anti-tecnologica in corso. Anche se la stampa era riuscita a distillare la confusione sul senso delle pratiche di sabotaggio, nel 2020 apparvero dei testi chiari, come la lettera di Boris3, scritta in prigione nel giugno 2021, che avrebbero dovuto, a quel punto, illuminare gli analisti.

Sebbene Terre et Liberté costruisca una critica della società tecnologica per ridefinire la libertà, l’autore non trae da questi avvenimenti le conseguenze sulla nozione di comunità.

Dai ripetiamolo ancora una volta per coloro che strimpellano sui loro smartphone, li in fondo : la comunità, dopo questo episodio, si è inimicata la libertà. Non per sempre, ma quanto meno per un po’. Bene ma quindi, se non si trova nella comunità, cosa può voler dire la libertà, qui ed ora?

3. Da dove agiamo

Nelle parti del pianeta in cui il tecno-capitalismo è un intruso, in quegli anfratti del mondo dove il capitale e l’industria sono dei fenomeni che vengono da altrove, che tentano di invadere dei territori dove sopravvivono ancora altre culture, là, può essere, esiste ancora una forma di stato di libertà. Una libertà stabilita, continua, geograficamente situata e vissuta, in quanto basata su una comunità, un territorio, una cultura. E anche se non fosse totale, questa libertà sarebbe difendibile, di fronte agli attacchi venuti dall’esterno, come su una linea del fronte. Può essere. Ammettiamo, per puro esercizio mentale, che esista magari un tale stato di libertà, in cui uno possa nascere, vivere e morire, che si possa coltivare, e difendere. Dai, non mi va, ma faccio uno sforzo.

Al contrario, in seno al tecno-capitalismo, e a fortiori in Occidente, il potere è già qui. È diventato immanente, da decenni, secoli addirittura. In Europa, le ultime comunità economicamente autonome, contadine, relativamente indipendenti dall’economia di mercato, sono state disciolte dai massacri della prima grande guerra industriale e dalla modificazione dell’agricoltura che ne è seguita (meccanizzazione, pesticidi, produttivismo). Qui il potere è interno. E non è un’ipotesi. Qui ogni classe, ogni identità, ogni individuo e ogni comunità ricomposta sono ancora, a priori, dei ripetitori, degli hub del potere. Noi non ce l’abbiamo di fronte, noi ci troviamo in terreno nemico, dietro le sue linee. Qui, quindi, la libertà stabilità è necessariamente un’illusione di libertà. Nella realtà, se pensate di essere liberi, o siete dei buoni bio-cittadini potenti, dei borghesi 3.0, e quindi non avete sensi di colpa, poiché la società vi concede un margine di manovra più ampio, vi libera da tutto, generando così il vostro sentimento di libertà. Oppure siete un senza-potere, chiamato a produrre valore tramite il lavoro, la consumazione e la generazione di dati, e che altera la propria coscienza grazie a delle alternative di sintesi, o dei miti riscaldati.

Ma non siamo in Chiapas. Né in Kurdistan, né nella Spagna del ’36.

4. Rottura del tempo del potere

E a mio avviso la più grande lezione degli zapatisti, dei curdi e dei rivoluzionari spagnoli non era il legame tra la comunità e la libertà, ma il legame tra la preparazione e l’insurrezione. Al riguardo siamo molto d’accordo con Avis de Tempete, ed è il piccolo dettaglio della storia sul quale non insistono troppo i rivenditori d’immaginario comunitario, che sentiamo quotidianamente nei giri militanti: per dare vita a queste comunità in lotta ci sono volute delle armi, dei gruppi d’azione, delle reti clandestine, dei rifugi, dei falsari, dei rischi e del tempo, senza parlare dei condannati, delle donne violentate, e dei morti. La libertà non capita all’improvviso, o a forza di nominarla. Si fomenta, si allena, si cospira, e eventualmente si paga cara. Comunque sia, si esercita. La libertà, nel mondo tecno-capitalista, si può solamente praticare. È uno stato di eccezione, una sospensione del tempo del potere. Magari non sarà per sempre così, ma non sembra proprio che stia per cambiare. E se la guerra continua di stendere la sua presa sul mondo, questa situazione rischia addirittura di durare.

Quindi nei territori del potere non c’è libertà che come gesto di liberazione. Qui è l’atto, la temporalità dell’atto offensivo, che libera. Perché è una rottura del ritmo dominante, dell’ipocrisia, e anche una rottura materiale. Una rottura concreta delle infrastrutture del potere. Parziale, temporanea, sì, può essere, ma non immaginaria. Quel momento non è l’istante di godimento per la pietra lanciata, o il fuoco acceso: questa è la concezione patriarcale del gesto eroico. Questo tempo dell’azione offensiva comincia dalle complicità del progetto, è nei preparativi, nei rompicapo tattici e nelle preoccupazioni dell’attesa. È nei colpi di mano di un complice, negli sguardi che fanno affidamento, e nei combattimenti mentali contro la paura. Nelle mutazioni dei ruoli che possono avvenire nel processo. In tutti quei gesti in cui i nostri gruppi, a volte qualche paio d’occhi, si preparano e agiscono contro il potere, frantumiamo dei pezzi di questo mondo, allo stesso tempo in noi e fuori da noi.

Sebbene nasca nella pancia, questa libertà non è individuale, poiché non esisterebbe senza gli incontri magici, senza i complici sui quali appoggiare il proprio coraggio. Ma bisogna ben riconoscere che è limitata: questa libertà degli uni non fa quella degli altri. Palesemente, il fatto che io agisca non porta necessariamente gli altri a farlo. I bravi cittadini non si trasformano in complici come per magia, alla vista di un’antenna bruciata o durante un’interruzione dell’elettricità. Né gli alternativi, o gli anti-industriali del resto, il che è più difficile da ammettere.

5. Coniugare comunità e azione

Se sentite il bisogno di liberarvi in molti, cioè di agire in molti, allora perché fantasticare di una comunità del quotidiano, una quotidianità dell’autonomia in pieno giorno? A parte per colmare la solitudine, qui da noi è un miraggio: non siamo in Chiapas, dovete abituarvi. Bisogna ripeterlo: non siamo ai margini del tecno-mondo, ci siamo dentro in pieno! Noi siamo lui e lui è noi. Qui, l’autonomia e la libertà che si toccano, che si confondono, che hanno senso, stanno nell’autonomia d’azione. È agire con senso e precisione, magari con una strategia, ma senza attendere che tutto il mondo lo faccia, senza attendere che la comunità convalidi. È la libertà nella notte, nella nebbia degli altri.

Ma c’è ancora di peggio: nel nostro mondo, per il momento, una comunità di vita quotidiana e una comunità d’azione possono difficilmente sovrapporsi, coesistere apertamente, poiché presterebbero il fianco ad una repressione feroce. La comunità di giorno è identificabile, localizzabile, e dipendente dalle sue infrastrutture materiali. La comunità di notte dev’essere invisibile, anonima e mobile. La prima sarà tentata di tradire la seconda per sopravvivere, e alla fine saranno spazzate via entrambe. Qui non abbiamo né popolo, né cultura, né antenati da difendere. Nessuna terra santa, nessun isola di Tortuga. La comunità nella libertà, per il momento, è trovare delle persone di fiducia, e con esse il cammino dell’azione. Oppure possiamo continuare a sedarsi con Damasio e Pignocchi4 e Netflix, e illuderci che questo mondo cambierà perché ne immaginiamo un altro. In ogni caso non funziona molto per il momento, sarà perchè non immaginiamo abbastanza intensamente. Questi spacciatori di miti, questi venditori di ecologia di sintesi, o di ribellioni asetticizzate, stanno alla rivolta come il porno sta al piacere: vengono a riempire i vuoti di questo mondo, e poi fabbricano dei mondi vuoti.

Eppure ci sarebbero dei modi di coniugare delle forme di comunità alla libertà dell’agire. Ma questo implicherebbe lo sviluppo di una cultura della resistenza, secondo una formula un poco alla moda. Il coltivare una ganga fluida, opaca e porosa intorno alle cellule offensive. I maoisti dicevano una volta che i rivoluzionari dovevano stare in mezzo al popolo come i pesci nell’acqua? La nostra etica anarchica non ammette una tale boria. E poi il popolo, oggi, è un miraggio: più ci si avvicina, più si allontana. Ma delle comunità potrebbero scegliere di essere per i gruppi d’azione ciò che le foreste sono per le bestie feroci. Certo, nella realtà, quanti sono oggi quei comunardi, quei ritornati-alla-terra, che propongono di aprire le loro porte, le loro dispense, i loro portafogli, o – peggio – le loro agende, a una complicità che potrebbe pure rivelarsi estremamente fertile? Quante sono queste comunità dove si fa esistere una cultura della sicurezza, o dove si valorizza allo stesso modo l’analisi critica e radicale e la cultura del radicchio, e del cavolo? Poca cosa. Perché una tale cultura della resistenza si sviluppi, bisognerebbe per prima cosa prestare un po’ meno l’orecchio agli immaginari in kit, che autogiustificano la comunità nel suo sviluppo materiale e spirituale, e un po’ più agli atti concreti che però, però, sono la parte palpabile, la punta dell’iceberg, la piccola incarnazione nella nostra realtà, di questo grande sogno che noi abbiamo probabilmente, e nonostante tutto, in comune: vedere questo mondo indebolirsi, oscurarsi, e vederne altri che emergono.

Se questo mondo ci lasciasse la scelta se vivere liberi o meno, sarebbe semplice: ci sarebbero due umanità, a sinistra quelli che vogliono la libertà, a destra gli altri, ciascun per sé. Ma non è così. Se ci battiamo contro questo mondo, è proprio perché non lascia la scelta a nessuno. A questo punto, l’alternativa non è una prospettiva. E di fatto le comunità agricole non sono autonome, non possono esserlo all’interno del tecno-capitalismo. Non è nemmeno colpa loro: sono delle piante sradicate, irrigate e connesse ai flussi del grande meccanismo, come tutti. La libertà superficiale che vi gustiamo può talvolta essere un conforto, ma è pur sempre un’illusione di autonomia. Anche a me piacerebbe alzarmi al mattino, macinare a mano il mio caffè (del Chiapas) nella cucina collettiva, poi innaffiare il mio orto, prima di andare a distruggere la fabbrica di armi della città vicina, e tornare mano nella mano a farsi una tisana. Ma non è reale, questo, e non durerebbe cinque minuti. Ci battiamo contro questo mondo con quel che abbiamo, un piede dentro, un altro che cerca un oltre, e la testa incasinata a forza di arrancare tra due realtà.

6. Natura e libertà

Nella tensione che anima l’eco-anarchismo da più di una generazione, tra ecologia sociale e ecologia profonda, un’altra alleanza si oppone simmetricamente alla coppia libertà/comunità: quella della “natura come il binomio inseparabile della libertà5”. È un’altra variante di una concezione della libertà istituita. Il legame tra la natura e la libertà può essere inteso in due modi: la libertà si troverebbe in delle zone rifugio, negli altrove del regime tecno-capitalista, dove la natura si dispiega ancora, dove permette dei rapporti agli altri e a sé differenti. Però, secondo me, non ci sono più degli altrove, oppure sono molto angusti. Non c’è una foresta in Europa che non sia sfruttata, ripiantata, metodicamente cacciata.

Oppure la libertà si troverebbe in un dopo la caduta del regime tecno-capitalista, dove la natura rinascerebbe.

Sì, la natura concepita come la nostra grande casa e non come stock di materia sfruttabile, offrirebbe molte possibilità, se non fosse occupata quasi totalmente dal tecno-mondo. E sì, ci si trova meno costretti che nelle città e villaggi pieni di umani. Ma se trovo molte cose nella proliferazione degli esseri viventi e inerti, non ci trovo le basi di un’etica che possa fondare la nostra idea di libertà.

Salvo, può essere, che ogni esistenza sia limitata in sé ma si prolunghi attraverso gli altri, e che il gioco della libertà sia di fare con questi limiti?

* * *

C’è del vero in ciò che enuncia Terre et Liberté. Certo che l’autonomia, assumere le conseguenze a monte e a valle dei nostri stili di vita, in osmosi con il nostro ambiente, sarebbe una bella idea di libertà. In un mondo in cui fosse possibile. Salvo che non è la questione che si pone a noi oggi. Per il momento la libertà si esercita, o meno, ma non si istituisce.

E anche se tutto questo diventasse nuovamente possibile, allora la libertà dovrebbe essere persino più di questo. Non è forse anche in questo vecchio sogno di vivere tutti senza il giogo e senza le ingiustizie, e il sogno più recente di vivere senza la presenza permanente di un’ostilità macchinica intorno a noi? E senza la presenza della comunità suprema, lo Stato. E senza questa voce, diffusa dal potere, che sussurra dentro ognuno e ognuna di noi: “tu non sei niente”.

Ps: Tutte le critiche fatte in questo testo, anche quelle un po’ veementi, sono sempre fatte con amore. Salvo per Cabriole, non scherziamo. Né per Damasio, ci sono dei limiti. Né per P… bhe, abbiamo la lista, in caso di reclami.

1Il termine usato in francese è “délivrance”, il cui significato abituale è vicino a “liberazione”, ma che ha anche il senso della seconda parte del parto in cui viene espulsa la placenta, “secondamento”. L’autore di Terre et liberté lo usa per sottolineare quanto la libertà dei moderni sia un affrancarsi, un essere sollevato dal peso delle cariche materiali della propria vita. NdT.

2Bollettino anarchico per la guerra sociale : https://avisdetempetes.noblogs.org/post/2022/12/15/avis-de-tempetes-59-60

3Intitolato “Perché ho bruciato le due antenne del Mont Poupet”, quel testo rivendicativo scritto in giugno è stato publicato in vari siti.

4Autori francesi di fantascienza e di fumetti che ricevono un certo successo in ambito alternativo.

5En temps d’écocide, rivista Takakia#1, 2024

26/07. Musica, inchiostri, voci contro ogni carcere… e la società che ne ha bisogno

Segnaliamo questa importante iniziativa che si terrà ad Alavo- Laboratorio per l’autogestione, a Polizzi Generosa.

Ecco il testo di lancio

“Ha senso oggi, con un piede dentro la terza guerra mondiale, una iniziativa specifica contro il carcere? C’è ancora tempo per tenere insieme l’attenzione alle condizioni di chi è rinchiuso/a con il pensiero agli occhi affamati dei bambini di Gaza?

Pensiamo di sì, vogliamo credere così, per diverse e importanti ragioni. Perché lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, Paolo Todde e di molte/i altre/i, sono gesti individuali che richiamano la resistenza di un intero popolo posto al 41 bis dallo stato sionista. Perché rompere l’aura di sacralità dell’Antimafia in Sicilia, parlando di DNAA, è un colpo al più potente apparato ideologico/morale e militare di spoliazione, controllo e repressione della “nostra” storia nazionale. Perché non disperdere la memoria delle lotte di oggi e di chi ci ha preceduto è parte della nostra liberazione. Perché rimpinguare le casse anti-repressione significa continuare a tessere solidarietà rivoluzionaria.”

Stampiamo e diffondiamo!

Di radici, di vento e del senso del volo

Riportiamo qui le tappe di un piccolo dibattito cominciato con la pubblicazione del nostro articolo “Radici al vento” (che si può trovare qui: https://sciroccomadonie.noblogs.org/post/2024/08/03/radici-al-vento/), per il numero 15, ultimo, della rivista anarchica “I giorni e le notti”.

Proponiamo i testi in ordine di pubblicazione, a parte il nostro primo segnalato nel link qui sopra. Il primo è di Peppe Aiello e si intitola….


…Andare, tornare: scomodo e inestirpabile è il luogo che ti conosce

Ma tu furastiero, tu forse nun saje

comm’ è attaccata ‘sta gente a’ campagna

e si tenesse ‘nu piezzo e turreno,

e cu’ chistu turreno putesse campa’,

statte tranquillo, restasse là,

restasse ‘n campagna, felice ‘e campa’.

Franco Del Prete – Napoli Centrale,

Viecchie, mugliere, muorte e criaturi, 1975

I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori.

Karl Marx – Friedrich Engels

Manifesto del partito comunista, 1848.

Qualche mese fa ho avuto il piacere di ricevere Radici al vento, un articolo poi pubblicato sul n. 15 della rivista I giorni e le notti, che affronta con una prospettiva originale e concreta – di quella concretezza che risulta dalle scelte di vita – argomenti essenziali e scomodi, che provano a uscire dalla ritualità dei finti confronti in ambito libertario e a mettere al centro della propria attenzione il dove stiamo andando e dove vorremmo andare. Uno scritto immerso nella consapevolezza che questi non sono i tempi della fretta, perché essenziale non significa urgente, e abbiamo bisogno di muoverci con passo cauto – non incerto – su tracce conosciute eppure cambiate nel tempo.

Chissà, magari a essere cambiate [1] siamo noi.

Andare, tornare: scomodo e inestirpabile è il luogo che ti conosce. Penso di poter dire che gli estensori dello scritto fanno parte di chi ritiene che, in un mondo dove non vi è centro, ogni luogo sia adatto a metter mano all’esistente, e al futuro.

Negli stessi giorni stavo rileggendo Di sconfitta in sconfitta, scritto in carcere da Vincenzo Guagliardo, ex-brigatista passato attraverso un meditato itinerario che l’ha portato dagli schemi lottarmatisti (era nel gruppo responsabile della più impopolare uccisione della storia della lotta armata, quella del sindacalista comunista Rossa) a un’intransigente nonviolenza anticarceraria laica. A parte il lato sottilmente comico che avevo dimenticato – come il 98% degli ex comunisti anche Guagliardo conserva una malcelata idiosincrasia verso gli anarchici, colpevoli di aver capito nell’ottocento che determinate metodologie portano necessariamente al dispotismo – mi stavo concentrando sulle intricate riflessioni riguardo il rito sociale basato sul capro espiatorio, e sulle posizioni eterodosse di alcuni esponenti del cristianesimo medioevale. In questo contesto l’autore cita la famosa frase di Ugo di San Vittore – perfetto è quello per cui l’intero mondo è un paese straniero [2] – che mi ha sempre lasciato perplesso. Probabilmente perché devo il mio corredo genetico (e culturale) a persone che hanno adottato in merito scelte diametralmente opposte – uno che poteva e voleva partire, ma poi restò, e una che ha optato per una vita da straniera assoluta – quel concetto di perfezione non mi ha mai convinto del tutto. Si può mettere assieme nostra patria è il mondo intero con l’amore per la propria terra? E Radici al vento è arrivato in contemporanea con l’ennesima riproposizione di questo interrogativo.

Le terrone emigravano, le terrone emigrano. Per motivi diversi, per sperare di migliorare la propria vita, per sfuggire alla miseria, per scappare da luoghi che si percepiscono privi di risorse. Nel momento in cui scrivo le strade di Bologna sono piene di ventenni dall’accento calabrese, siciliano, campano, pugliese, lucano, ragazzi che non sono scappati dalla miseria né dalla fame. Qualcuna vuole un posto dove può lavorare e studiare al tempo stesso, altri cercano il paese dei balocchi (alcol e sostanze, casualmente sesso, ormai pressoché in disuso), altre credono che, rispetto al paese, lì ci sia di più, occasioni, magari una carriera.

Giovani con due genitori nati a Bologna sono in via di estinzione, come un tempo a Torino e Milano. Le settentrionali sono trent’anni che hanno smesso di fare figli. Dopo le meridionali si passa agli stranieri. I terroni fanno l’università e poi riempiono le scuole dove insegnano a leggere, scrivere e a far di conto ai figli delle terrone (sempre meno), ai rumeni, cinesi, albanesi, nigeriani, bengalesi (sempre più).

Tutte vanno, vengono, scappano, si innamorano, si sposano, si lasciano, pensano di ritornare – la mamma si sta facendo vecchiarella – o sostengono fermamente che non torneranno mai più. A volte fanno figlie che sono straniere ai loro stessi genitori, forestieri a se stessi. Sradicate che non sanno quale è la loro casa, che albero sono, e non sapendolo si andranno a trapiantare in grigie e tristi città europee, lì dove non si capisce perché la gente ride.

Puoi provare a escogitare qualche modo di difendere l’identità di un luogo se nessun luogo è casa tua?

La risposta che sembrano dare le autrici è – soggettivamente – plausibile. Recarsi da zù Jachinu e dalla signora Nina che non aderiranno né all’anarchismo classico né a quello contemporaneo, ma capaci per disposizione umana di entrare in un gioco relazionale aperto e poco definito con le idee di libertà. Un azzardo ostico, ma, per SteConFra, quello sul quale investire, in una civiltà che va verso forme di autofagocitazione sempre nuove e sempre vecchie, ma di potenza inusitata. Le giacche blu massacravano gli indiani e li riempivano di alcol. Nel giugno del 2024 è arrivata una notizia da una tribù amazzonica: l’agente del complesso militare-industriale-politico americano Musk gli ha fatto arrivare internet e dopo nove mesi stanno tutti davanti allo smartphone, non fanno altro. Aspettano l’estinzione guardando siti porno.

Il solo fatto di rivendicare, come fanno le autrici di Radici al vento, un mondo che tutti stigmatizzano in quanto obsoleto, e rimarcare le fratture che invoca, crepe inarrestabili che partono dentro di noi e si moltiplicano e si espandono nel corpo sociale, mi incoraggia. Mi piace che gente più giovane di me provi in questo senso, che tenti di uscire dagli schemi rivendicativi, antagonisti, ideologici. Un modo saporito di riconquistarsi la vita e il mondo, di tentare. Ma se fosse tutto qui vi inviterei solo caldamente a leggere il testo.

E invece, qualcosa è in agguato.

Nouvelle cuisine à la sicilienne – ‘o purp’ cu’ ‘a nutella

Sulla banchisa, in riva al mare,

c’era una volta un’orsa bipolare;

sapendo che il polpo è cibo prelibato

volle migliorarlo: con il cioccolato.

Quando, alla fine degli anni ’90, mi trovavo per lavoro nella Polonia post-comunista che si dedicava alacremente, con una spiccata verve antisovietica, alla trasformazione delle proprie forme di governo, produttive e militari, contattai sporadicamente alcuni anarchici della capitale che mi raccontavano dei loro episodici incontri con il movimento italiano e a un certo punto mi nominarono Ya Basta. Chiesi loro come facevano a conciliare il loro evidentissimo anticomunismo con le nipotine del marxismo-leninismo in salsa negriana, e la risposta mi lasciò stupito: «Loro si definiscono anarchici». Io sapevo benissimo che tutto quel contesto in realtà odiava le anarchiche quasi al di sopra di qualunque altra cosa, ma la loro affermazione rispondeva alla perfezione alle tattiche proprie della politica mimetica della quale Ul’janov fu massimo rappresentante. È una storia che non avrà mai fine: libertarie in fase movimentista, disciplinari quando si conquista l’apparato intero, o un suo pezzo, o anche un pezzettino microscopico di quello.

Tutto si può dire del socialismo autoritario di variante marxista (ce ne sono altri, già la rivoluzione di Blanqui era segnatamente avanguardista e tutta rivolta alla conquista del potere) ma non che non sia stato un prodotto ideologico-pratico di enorme successo. Appagando le aspettative umane di grandi organizzazioni ben strutturate alle quali aderire e di previsioni deterministe che garantivano “rigore scientifico” e indicavano la strada della dittatura del proletariato come ineluttabile, le militanti marxiste riuscirono a convincere centinaia di milioni di persone che il destino dell’umanità si indirizzasse proprio lì, senza dubbi né incertezze di sorta. Uno degli effetti collaterali, di irrilevanza pressoché totale per la storia della nostra civiltà ma di un certo interesse per chi si occupa di movimenti libertari, è il fatto che ben presto quelli che erano stati i più feroci critici della teoria e delle pratiche marx-engelsiane, sedicenti eredi di Bakunin, cominciarono a parlare e scrivere seguendo gli schemi del materialismo storico. E man mano che folte popolazioni s’andavano a trovare sotto il governo di regimi socialisti, diretti di solito da partiti comunisti, si invidiavano quei trionfi e si pensava fosse necessario prendere ciò che c’era di buono in quell’apparato ideologico-organizzativo che si stava dimostrando così adatto alle esigenze delle masse in rivolta. «Non puoi prescindere dall’analisi marxista» – era la formula di rito, non solo per gli m-l, ma per quasi tutto il movimento che si pensava rivoluzionario. E qui la struttura economica, e lì la storia come storia del conflitto tra le classi, e la falsa coscienza, e la caduta prepuziale del saggio di profitto, e la sussunzione nell’alto dei cieli del sacro capitale. Ne nacque uno sgorbio, ovvero la convinzione che l’anarchismo fosse una specie di marxismo senza la dittatura del proletariato. Un marxismo un po’ più simpatico e riguardoso delle libertà dei popoli. Tanto passò questa bizzarra idea che a un certo punto una serie di marxisti ortodossi, capitanati da un docente padovano, si infilarono in quella soffice nicchietta di marxismo libertario per adeguarsi ai tempi che incalzavano, beninteso senza uscire dalla chiesa del profeta di Treviri. Quel raccapricciante ircocervo mai più defunse e ancora oggi, certo sovraffaticato dagli eventi, costretto a continui equilibrismi e salti mortali dall’utilizzo di un armamentario limpidamente autoritario come strumento per la liberazione umana, si aggira lugubre con l’acrimonia tipica del figlio di un dio minore, che non si rassegna al fatto che quell’oracolo visionario sia decaduto al rango di un qualsiasi filosofetto ottocentesco.

Si sentì uno sparo. Johnny fece una piroletta e stramortì per terra.

Inedito romanzo western di un anonimo del XX secolo

Qui siamo di fronte a un caso molto più complicato. Lo scritto di SteConFra non è il proposito di consegnare al signor Procuste il proprio anelito libertario, quanto un tentativo che mette assieme la poesia dell’esperienza del complesso incontro (re-incontro) con le proprie radici e le geometrie para-accademiche del materialismo storico. Certo le più raffinate pietanze vengono dall’unione di componenti che mai si sarebbero incontrati senza la smania onnivora delle sapiens: tutte sappiamo che un mondo senza sposalizio tra melanzane asiatiche e pomodori nuovomondisti sarebbe assai più triste di quanto già non sia, e mai si può escludere che il mescolare ingredienti disparati origini uno squisito piatto di Nouvelle cuisine à la sicilienne. Oppure, è come tentare di produrre una nuova leccornia mettendo insieme il polpo con la nutella, entrando così nel campo dell’altamente improbabile.

Si è capito, ci troviamo in questo secondo caso, e da uomo di mare nonché conclamato saccarofobo, assocerò ‘o purp’ con il rustico canto del radicamento libertario e la nutella con le pirolette del cowboy marxista che stramortisce al suolo.

‘O purpo è il radicamento e il ritorno. Le autrici hanno vissuto l’emigrazione non per necessità ma per scelta, per la forza e l’emozione dell’affinità con preziose compagne di strada, eppure a un certo punto si sono trovati a fare i conti con la poca aderenza che una sincera intenzione e accordi più o meno chiari avevano con il progetto e con le pulsioni vitali. Insomma, i patti e le idee discusse a tavolino non hanno mai fatto e non fanno né la libertà né tantomeno la felicità. C’è altro, e va scoperto, cercato, un percorso che dura una vita – se ci interessa – magari partendo da un posto, ritrovandolo, se è il caso.

È un buon materiale con il quale possiamo operare, e in fondo non è che ci sia molto altro. Poi, certo, se ci si vuole affidare alle grandi organizzazioni sognando la Cnt del ’36 oppure alla propaganda del fatto, chi sarei mai io per dire che una si sbaglia: a me paiono scelte inattuali ma ognuno resti della sua opinione. Per nulla inattuali sono invece le acrobazie alle quali ci si costringe per giustificare l’indifendibile fiducia, o fede, nei dogmi marxisti e nella possibilità di aggiornarli e attualizzarli – una muffa di basso profilo, ma onnipresente. Un tic insopprimibile che esalta con procedura automatica il bisogno di legittimazione da parte dell’accademia e degli intellettuali organici o inorganici che siano: se parlo marxistese, se omaggio gli opportuni assiomi, l’accademia e i suoi figli spuri mi terranno in considerazione, altrimenti i miei interventi saranno ritenuti favole naïf e nessuno mi riterrà un titolato analista sociale. Una tragedia.

Quindi posso sì introdurre alla lettrice zù Jachinu e la morte, la signora Nina e la magia, ma se non ci metto sopra la glassa germanica mi sentirò marginalizzato nel folklore. E quindi, a un certo punto arrivano le prime schermaglie, così tenui da parere inoffensive: arrivano “i proletari”. Quando dico che preferisco evitare questo termine, che tutti usammo, invero con grande moderazione, in decenni passati, so di suscitare il sordo risentimento dei militanti; soprattutto perché che la loro solita arma, cioè inveire – «È perché sei un piccolobborghese!» – con me non attacca, provenendo da una famiglia rigorosamente proletaria, di lavoratori e non di possidenti, dove il bene voluttuario era un concetto assai articolato a desiderarsi.

Quindi ve lo dico con cognizione di causa: ai proletari, come continuate a chiamarli, la parola non dice nulla. In genere non la conoscono, e se la conoscono gli fa schifo.

Signor Courbet, qual è l’origine del mondo?

Ognuno ha la sua idea, Gustave Courbet aveva la sua, forse un po’ perentoria, ma apprezzabile. Ai taoisti piace l’Uovo cosmico, ai mediorientali lo sapete già. A me piace Mbombo, il gigante bianco che vomitò il sole e tutto il resto, quindi aderirei al partito dei Kuba, se aderissi a partiti. Per i marxisti, incluse le nostre amiche anarco-marxiste, l’origine sta nel fascinoso e tremendissimo motore universale: il Capitale. Questa scelta, se di scelta si tratta quando parliamo di fede, pone un problema spinoso. Che non è affatto la constatazione di come si tratti di un’entità con lati spietati e quasi malvagi. Con questo aspetto la religiosità monoteista ha esperienza millenaria e il todopoderoso veterotestamentario, contrariamente a quel mollaccione papà del capellone, appena facevi una mossa sbagliata ti inceneriva; oppure, se sbagliavi devozione, mandava qualcuno a colarti oro fuso in gola. Roba così. Il Capitale è praticamente uguale, forza creatrice e distruttrice, spietata e ineffabile. Ma non è agevole porre al vertice della cosmogonia un’entità così recente, praticamente neonata.

Ricordo l’esperienza straniante di quando, in gioventù, cercavo di discutere con i marxisti del concetto di Stato. Provavo ad articolare (con la modesta documentazione di cui disponevo al tempo, una specie di ricostruzione a tentoni) osservazioni su natura umana e strutture gerarchiche e dall’altra parte mi rimbalzava invariabilmente una pappagallata che cominciava con: «Perché la nascita dello Stato-nazione…». E io a dire ogni volta che volevo parlare di transizione dalle società egualitarie a forme statali, passaggio che veniva assai prima del cosiddetto Stato-nazione, e che quello di cui avrei voluto disputare era la possibilità che le sapiens facessero a meno di comando e istituzioni, non di Stato-nazione. Mi ci volle del tempo per capire che tutte loro non stavano argomentando, bensì ripetendo una formula liturgica senza la quale si sarebbero ritrovati senza punti di riferimento.

Può sembrare bislacco, ma gli anarchici non ne erano affatto esenti, ritengo a causa dello storico complesso del perdente, che i marxisti non avevano, viste le tante rivoluzioni “vinte”. Gli anarchici invece quella volta che la facevano subito la “perdevano”. Invece di indurre una meditazione sui concetti di vittoria e sconfitta, ciò inoltrava verso il solito dilemma arcinovista, che alla fine ti convince che il comunismo funziona meglio (che poi ad Aršinov non portò tanto bene: se fosse rimasto anarchico e, soprattutto, fuori portata della Čeka, certo campava qualche altro anno). Quindi, per tornare alle nostre scrittrici, mentre stanno parlando di ritorno e sradicamento, prima buttano lì, con discrezione, un “proletari”, innocuo. Certo, io le vorrei vedere le nostre amiche mentre si rivolgono così ai lavoratori autoctoni o migranti approdati sulle coste sicule («Proletario! – Su, scendi dal barcone e dai inizio alla lotta di classe, tuo compito storico!») – spero che facciano un filmato quando si decideranno, perché voglio tanto vederlo.

Ancora due righe e l’attacco si fa esplicito, il primo colpo di mortaio: improvvisamente al centro della scena spunta il passaggio da una cosmovisione nativa a una capitalista. Quindi non ci interessa la visione degli erectus (giusto, altra gente, chissà cosa mai pensavano), né dei neanderthaliani, con i quali le cose già si fanno più ramificate, ma neppure dei Cro-Magnon, che erano praticamente uguali a noi. Soprattutto non consideriamo il passaggio che molte antropologhe ritengono cruciale tra sistema di vita paleolitico e quello neolitico. Quando parlano di cosmovisione nativa, di cosa parlano i nostri autori? Di quella dei !Kung, di quella degli aztechi, dei greci o dei tizi di Ust’-Ishim che 45000 anni fa avevano il fegato di vivere senza riscaldamento in Siberia? Questa gente aveva la stessa cosmovisione degli africani? Uguale a quella delle mie bisnonne contadine? O forse stiamo appiattendo cose diversissime tra loro? Pare di sì, ma è chiaro che se non lo facciamo quella presunta entità suprema perde tutta la sua rilevanza. Potrebbe darsi che dall’arrivo delle sapiens siano comparse e scomparse migliaia di cosmovisioni diverse, tutte a modo loro “native” e tutte a loro modo sterminatrici di quelle delle popolazioni che le avevano precedute.

Sono già in seria difficoltà, ma inaspettato, altre due righe sotto, arriva l’uppercut finale, quello che mi mette al tappeto.

Il regime economico capitalista esiste da cinque secoli: niente, se proiettati sull’arco lunghissimo della storia dell’umanità sul pianeta. Prima dell’estrattivismo, le popolazioni umane vivevano del, e nel, rapporto ecologico con il loro ambiente…

Nel leggere, prima di svenire, resto a bocca aperta. Il regime economico capitalista…? Ora sì che si potrà parlare con competenza della signora Nina e dei suoi santi e delle foto sul comodino, senza che a nessuno venga il dubbio che gli autori ignorino il Sacro verbo. Il piccolo difetto della liturgia è che induce a un’affermazione che non è solo ideologia pura, è proprio un falso storico. L’idea che la rapina sistematizzata ai danni di altre popolazioni da parte di società ben strutturate secondo un’aggressiva organizzazione politico-militare gerarchica sia venuta fuori con il capitalismo è come asserire che la razza dei topi è nata con Mickey Mouse. Eppure siamo a un passo da Siracusa che contò, dicono, fino a un milione di abitanti. E come avrebbe potuto vivere, cosa mai avrebbe potuto mangiare, di cosa vestirsi, per tacere di ozî e lussi, tutta questa gente senza depredare altra gente? E il capitalismo – ammesso che questo golem davvero esista – cosa avrebbe a che fare con tutto ciò? Ur, Anurādhapura o l’efferata Caput mundi, le metropoli dell’antichità, millenni prima dell’industrializzazione (quella sì che esiste) si muovevano, presumiamo, secondo lo stesso principio: ammassarsi per razziare, razziare per poter vivere ammassati. La parola estrattivismo d’incanto si svuota e il capitalismo estrattivista diviene sinonimo delle convergenze parallele o del ciuccio che vola, se preferite.

Uno che qualcosa ne sapeva, visto che nei mondi non-industrializzati ci passò tutta la vita, raccontava qualcosa che invece di quelle fatuità tipo accumulazione originaria, spiega in quale modo la struttura avesse intrinsecamente necessità di prendere (rubare? prelevare?), conservare, distribuire:

Or sappiate ancora per verità che ’l Grande Sire manda messaggi per tutte sue province per sapere di suoi uomini, s’egli ànno danno di loro biade, o per difalta di tempo o di grilli, o per altra pistolenza. E s’egli truova che alcuna sua gente abbia questo danaggio, egli no gli fa tòrre trebuto ch’egli debbono dare, ma falli donare di sua biada, acciò ch’abbiano che seminare e che mangiare. E questo è grande fatto d’un signore a farlo. [3]

e oltre

Or vi conterò come ’l Grande Signore fa carità a li poveri che stanno in Canbalu. A tutte le famiglie povere de la città, che sono in famiglia 6 o 8, o piú o meno, che no ànno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada; e questo fa fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del Signore a niuno che voglia andare per esso; e sappiate che ve ne va ogne die piú di 30.000; e questo fa fare tutto l’anno. E questo è grande bontà di signori, e per questo è adorato come idio dal popolo.

Accumulare per mantenere e consolidare la struttura sociale, alti tassi di densità demografica resi possibili dalla gestione militare delle risorse. Ma, visto che siamo in epoca pre-capitalista secondo le autrici ci doveva essere, sotto il governo del Kublai Khan, un rapporto ecologico con l’ambiente, ed evidentemente nessuno sradicamento. Certo sarebbe stato interessante conoscere il parere delle 20.000 femmine che fallano per danari che popolavano i quartieri periferici di Khanbaliq (approssimativamente: Pechino). Magari erano adolescenti di famiglia contadina costrette/indotte a prostituirsi nella metropoli? Questo il nostro veneziano – narratore sintetico – non lo racconta così esplicitamente, ma se si ha voglia di leggere come veniva formato il suo harem (questo lo scrive) forse qualche idea ce la si può fare.

Esodo dalla modernità?

La proposta dei nostri autori è esplicita, cominciare a edificare, senza disgiungere teoria e pratica, dei tentativi di tirarsi fuori dalla rassegnazione, dal mito dell’inevitabilità della tecnologia a sviluppo infinito destinata a regolare automaticamente, al di sopra e indipendentemente dalle forme sociali, le necessità, i limiti e i conflitti umani. Lo chiamano esodo dalla modernità, che non è evidentemente primitivismo, né intende il patetico progetto di riavvolgere il filo dipanato della storia. Peccato si siano messi come zavorra i triti concetti (che non sono solo vocabolario) dell’ideologia più aggressivamente progressista che il XIX secolo abbia partorito e debbano infarcire la perspicace poesia del mondo in cui hanno deciso di immergersi e al tempo stesso di creare, di detriti quali il regime economico del plusvalore o le frontiere del capitale in espansione che le rivela ancora in seria difficoltà a liberarsi della quarta religione monoteista di cui il Medio oriente graziosamente ci fece omaggio dopo ebraismo, cristianesimo e islamismo. Certo, a chi ritiene che le parole possano essere usate in maniera elastica (che è vero, sempre, ma non sempre è un bene) e che non ci si dovrebbe troppo accanire sulle forme di un discorso, bensì sugli intenti, sulle radici e sulle foglie, questo sproloquio sarà parso inutile e noioso. Ma l’argomentare, l’immaginarsi il mondo, o prevederlo, o paventarlo, o auspicarlo attraverso l’accostarsi di vocaboli, non può essere qualcosa di separato, di estraneo al nostro quotidiano. E anche se non credo che sia necessario prima fare chiarezza e poi cambiare il mondo, penso anche che, visto che il cammino da fare è assai lungo, sarà meglio farlo con le zampette libere e senza le pastoie di un passato che ha già sufficientemente dimostrato dove portassero le sue strade.

Giuseppe Aiello, agosto 2024

[1] Femminile e maschile vengono qui usati seguendo un rigoroso protocollo AMC (ad mentula canis).

[2] Delicatus ille est adhuc cui patria dulcis est; fortis autem iam, cui omne solum patria est; perfectus vero, cui mundus totus exsilium est; ovvero: L’uomo che considera dolce la propria patria [ma Guagliardo qui traduce invece: luogo nataleè ancora un tenero principiante; colui per il quale ogni territorio è come il proprio suolo natio è già più forte; ma perfetto è colui per il quale l’intero mondo è come una terra straniera. Ugo di San Vittore, 1128 ca., Didascalicon, III, 19.

[3] Marco Polo e Rustichello da Pisa, Il Milione, 1298 ca

La risposta non poteva mancare, certi inviti al ballo non si rifiutano

A mezzo il cielo

Ci sono amicizie che nascono sulla terraferma e altre che si annodano nella complicità irripetibile del naufragio, e di quella cosa di schiuma e di flutti hanno ancora il sale; nelle vele di alcune soffia il vento che porta ad approdi sicuri (non è detto che siano i migliori), in altre quello per continuare la navigazione fino a quando gli arrivi abbiano magari il tocco rude della verità (categoria un po’ scomoda di questi tempi), piuttosto che quello appiccicoso e dolciastro della consolazione. Con Peppe ci siamo conosciutinel “diluvio universale covid”, con la sola bussola dei principî confermati e accordati al corpo teso alla vita. Le amicizie così, legami che nascono fuoritempo, non si misurano in anni e anche la scoperta delle affinità e disaffinità si fonda su un movimento particolare, in cui stima e sfida non si escludono nel gioco delle reciproche intelligenze.

Il primo incontro è avvenuto su terra apparentemente ferma, addirittura tra le nostre montagne, in occasione della due-giorni su Sud, civiltà contadina, apocalisse culturale e cosmovisioni, rivoluzione. Quell’incontro nasceva dalla necessità improcrastinabile, cioè storicamente urgente, di fare un bilancio del biennio covid e, insieme, nominare dei varchi possibili per il futuro che, giustamente, immaginavamo altrettanto totalitario e guerresco. Dopo il naufragio imposto, ci prefiggevamo una deriva controllata: andare per mari inesplorati con alcuni punti fermi: la tensione anarchica e la sua storia, ad esempio.

A partire dalle esperienze che ci hanno visti individualmente e collettivamente malconci, cosa salvare e cosa lasciare affondare del nostro strumentario teorico/pratico? E, in quanto diversi dentro un sociale che diventa macchina di annientamento delle diversità, quali i nodi da lavorare, da sciogliere, da tagliare? Quali le piste da percorrere, quali le risorse a cui attingere? Se abbiamo voluto Peppe in quella due giorni con noi è stato per porci insieme la domanda se a Sud si trovino ancora dei segni di qualcosa di diverso, uno scarto, rispetto all’apocalisse totale e marciante che si fa vanto di chiamarsi Occidente. Qualcosa di particolare sì, la civiltà contadina e le sue memorie non disperse per esempio, ma che riportato alla luce può avere un effetto liberatorio (potenzialmente) per tutti/e. Non un altrove e neanche un patrimonio ripristinabile a volontà, ma uno strumento di scavo della storia collettiva per capire da dove veniamo, come siamo stati educati a vedere come siamo. Eppure per scavare – o dissodare, o dinamitare – ci si dà da fare con i materiali a disposizione; poiché questa ricerca si muove su terreni teorici, gli strumenti teorici sono quelli su cui interrogarsi, che è giusto mettere in discussione. Siamo d’accordo: nessuna tecnica è neutra, così come non lo sono gli strumenti, nessuna eredità che non sia scelta (almeno in questo campo). È proprio su questo punto che si colloca la critica di Peppe: visto che certi mezzi possono fagocitare gli obiettivi per cui si utilizzano, bisogna fare attenzione ai primi come ai secondi.

Quesiti enormi, che richiedono ben più di due giorni intensi, che continuano a presentarsi e a incalzarci al ritmo delle tragedie e della nostra inadeguatezza di fronte ad esse. Proprio per questo, che Peppe ci rintuzzi su queste cose, ci fa piacere; che si coltivi uno scambio che, tra gli odori di fine del mondo, ci inviti a non volare alla “bassezza dei tempi” non ci sembra sia una pratica scollegata rispetto agli altri doveri della vita e della lotta.

Accogliamo quindi, e pure con un inchino, la critica all’uso accademico di Marx, al trascorrere dei concetti in parole d’ordine e al loro impastoiarsi nel blablabla che nelle università bisogna biascicare per inserirsi in questa o quella cordata, e farci carriera; e poi, una volta accreditati come bravi “marxisti” (o, quanto a ciò, come bravi “foucaultiani”, “postcoloniali”, “transfemministi” ecc.), starsene comodi col culo sullo scranno e senza trovar niente da ridire quando il governo mette tutta la popolazione ai domiciliari.

Vorremmo poi rassicurare Peppe: nessuno di noi accende candeline sotto l’immagine di san Karl. Ma stiamo divagando, il punto è questo: c’è ancora un’utilità nei concetti marxiani? Le categorie di “proletario”, “feticismo”, “accumulazione primitiva” hanno ancora un’utilità o sono irrimediabilmente ferrivecchi?

Questa prima domanda s’intreccia a una seconda questione, più ampia e cruciale: nella galleria degli orrori che è la storia dell’umanità per come noi la conosciamo, il capitalismo ha una sua originalità, porta un aggravamento specifico, oppure è solo una delle molte forme possibili di dominio? Che, per l’appunto, è la questione che Peppe pone nel suo scritto e che, di fatto, tutto l’anarchismo pone non solo ai marxisti (poverelli…) ma a chiunque trovi che lo stato del mondo è insopportabile.

Non siamo affatto sicuri della risposta; sempre ammesso che una risposta ci sia e che non sia questione, soprattutto, di sensibilità. Qui proviamo ad argomentare a partire da un sospetto, dall’impressione persistente che, nell’infinita sequenza di modi sempre nuovi per opprimere gli umani, gli ultimi secoli abbiano una loro tragica specificità. Non parliamo solo del capitalismo in quanto sistema economico, ma più in generale della modernità, ovvero del mondo umano che ha preso forma nel convergere di colonialismo, capitalismo, formazione degli stati-nazione, industrialismo, sequestro accademico-statale della conoscenza e della cura. Insomma, la merda in cui nuotiamo. Non che l’impero romano, quello cinese o quello azteco ci facciano simpatia; così come non ce ne fanno le forme antiche e, per così dire, “pre-statali” di sfruttamento dell’uno sull’altro. Detto ciò, però, tocca fare i conti col fatto che il susseguirsi, senza quasi por tempo in mezzo, di colonialismo, totalitarismo, sradicamento di ogni forma di vita altra, tratta atlantica, genocidi, campi di sterminio, controllo integrale delle popolazioni, disastro ambientale e attacco sistematico al vivente (v. la storia del nucleare), uniti a forme straordinariamente efficaci di indottrinamento e cecità indotta, è un fenomeno tutto moderno. O se non altro, è moderna la dimensione industriale della distruzione; ma sospettiamo che, a monte, ci sia un baco specifico: l’idea tutta moderna di essere il solo sistema di vita possibile e degno, la squalificazione di principio, e quindi la distruzione, di ogni forma altra di organizzazione. Mentre altre forme di dominio, forse per mancanza di mezzi tecnici adeguati, lasciavano spazi liberi, la modernità coincide con l’esproprio, il sequestro e la messa a servizio di tutto: dell’ontologia con la partizione natura/cultura (e tutte le altre ontologie possibili sono solo storielle), della verità con la scienza (e ogni altra forma di conoscenza è superstizione), delle forme affettive con la distruzione delle regolazioni locali, del bene con il suo appiattimento nel progresso, della socialità con l’urbanistica di controllo, gli schermi, gli intruppamenti per classe d’età, delle forme affettive con la famiglia mononucleare e così via, all’infinito.

Lo stesso infinito che il capitalismo assume come punto di fuga del plusvalore. Nel disastro globale che la modernità riversa sul mondo, la piega economicista – e quindi la rilevanza teorica del capitalismo – è un pezzo fondamentale perché si salda, molto presto, con il mito fondante della modernità: quello del progresso. Per questo ci pare che lo strumentario marxiano resti utile per analizzare uno snodo fondamentale del tempo in cui viviamo. (Poi, certo, nessuno che occupi la posizione di sfruttato vuole sentirsi chiamare “proletario”, ma a quel che ci consta neanche chi occupa la posizione di sfruttatore vuole sentirsi chiamare “borghese”). Così come ci sembra utile la descrizione marxiana dell’accumulazione primitiva come esproprio dei commons, che si può estendere da momento iniziale a condizione di possibilità del plusvalore; e quella del feticismo della merce come vera e propria cattura stregonesca dell’anima delle vittime, lungamente esplorata dalla critica radicale anni Settanta. Semmai, ma questo è stata più opera degli scolastici della religione marxista che di Marx stesso, la visione escatologica del processo storico (una dinamica rigidamente di fase: comunismo primitivo  antichità schiavistica  feudalesimo  capitalismo  socialismo  comunismo) ha creato diversi mostriciattoli giustamente citati da Peppe, ad esempio l’industrialismo e, come sottolineato dall’erratico Benjamin, la fiducia degli sfruttati nella corrente della Storia. E avremmo molto da ridire sul tatticismo etico, sulla prima Internazionale, sulla tecnolatria e su alcune ambiguità come il general intellect e l’atteggiamento verso lo Stato. In generale, quindi, l’uso che ci capita di fare dell’opera di Marx è lo stesso che ne fece Cafiero (o che ne fecero Benjamin, Anders, Cesarano, Coppo, Vaneigem, Camatte e altre decine di pensatori critici più o meno radicali): quella di un pensiero da discernere. E questo può significare, di volta in volta, litigarci, romperlo, prenderne un pezzo, stipulare un armistizio. La stessa cosa faremmo/facciamo col pensiero di Stirner, Bakunin, Malatesta, Goldman, Bonanno ecc. Un uso insomma non religioso: proprio perché la religiosità non è una caratteristica della cosa venerata ma del rapporto che si instaura con essa. E sì, è ironico, che proprio il pensiero di chi ha criticato il feticismo sia stato feticizzato, ma la cosa non ci riguarda personalmente (dice invece qualcosa dell’ambivalenza dell’umano coi simboli che produce). Invece, sulla specificità dello sguardo anarchico rispetto a quello marxista, pensiamo di convenire con Peppe, sta nella precedenza del momento militare rispetto a quello economico: prima l’esercito espropriatore delle autonomie, poi la fabbrica espropriatrice di vita. Eppure, sia lo sguardo anarchico che quello marxista classicamente intesi hanno bisogno di altri strumenti per sondare il lato cultuale dell’ordine costituito, il sequestro e l’organizzazione dei desideri, la colonizzazione della corporeità e dell’immaginario.

Una nota sentimentale. La posizione di Peppe porta un timbro un poco malinconico, che si potrebbe tradurre pressappoco così: “il dominio c’è sempre stato, anche fra i cacciatori-raccoglitori, e ha sempre fatto schifo; inutile perder tempo con quello capitalista, che è solo l’ultimo rampollo”. Ora, qui davvero parliamo di strutture di sentimento, quelle che muovono nel più profondo e sulle quali forse c’è poco da discutere. Ma è possibile che questa visione sconsolata sia, anch’essa, effetto di stregoneria; che, cioè, sia indotta dallo studio della storia scritta dai vincitori, quella secondo cui bisogna per forza scegliere fra libertà e ricchezza, fra autonomia e sicurezza, fra controllo e barbarie. Ma se non fosse così? Sulla base di un insieme cospicuo di dati archeologici, L’alba di tutto di Graeber e Wengrow delinea una preistoria molto diversa da quella descritta nei manuali scolastici: un tempo, innanzitutto, di sperimentazioni sociali; dove l’organizzazione complessa (“cittadina”) era compatibile con l’autonomia e l’autogestione; dove i modi di vita non si disponevano secondo una progressione univoca (cacciatori-raccoglitori, poi pastori e agricoltori, infine industriali), ma c’era un andare e venire fra forme di organizzazione; dove si poteva vivere di caccia e raccolta in estate, ma si stava tutti insieme in villaggio in inverno; e dove non si riscontra alcun determinismo socio-economico (la struttura sociale dei cacciatori-raccoglitori non è necessariamente egualitaria, quella degli agricoltori non è necessariamente gerarchica e così via). Se così fosse, allora anche la domanda terribile, antropologica, sull’origine del dominio prenderebbe un’altra inflessione: c’è dominio non perché gli umani sono intrinsecamente bacati, geneticamente propensi al peggio o cattivi per natura, ma perché alcuni gruppi decidono di agire il dominio, mentre altri fanno di tutto per evitare che si produca. Allo stesso modo – e come notano anche gli autori – se fosse così, la specificità del dominio moderno non risiederebbe tanto nella sua presa e nella sua estensione materiale, quanto nella sua capacità di annichilire l’immaginazione, di rendere impensabile il divenire politico collettivo.

Finiamo come abbiamo cominciato, con alcune considerazione alla (sulla) deriva.

Un’impressione s’insinua: che il porsi tutte queste domande sul linguaggio analitico, sulla definizione, sulle lenti per guardare fuorici inscriva, in qualche modo, ancora nella storia d’Occidente, della sua mania nominatrice come riflesso di una volontà ordinante che ci faccia sentire puri e puliti con una semplice operazione del pensiero.

Certo, che ci piaccia o no, siamo occidentali, almeno fino a quando non avremo realizzato, insieme ad altri barbari, il destino d’Occidente1… di tramontare.

Tutto il linguaggio dell’analisi del vecchio mondo fa parte del tramonto, le sue parole sono le pompe funebri che, traendo da vivere dalle cose morte, ne rimangono in qualche modo incaricate. Allora continueremo a usare questo linguaggio come qualcosa a cui non affezionarsi, perché è lì lì per cadere oltre le colonne d’Ercole del pensiero. Poi c’è il linguaggio delle cose vive, delle esperienze vere – quelle che rovesciano il tavolo delle passività e delle inimmaginabilità. Di fronte a questo linguaggio siamo come di fronte all’aurora. Se c’è infatti una differenza sensibile tra crepuscolo e aurora è questa: mentre durante il primo le cose si fanno definite, scolpite dalla vividezza della loro ombra, durante la seconda è tutto ancora molto indefinito, crogiolo di vita in potenza, tremore promettente.

Di fronte all’aurora siamo tutti infanti, di fronte al crepuscolo ci sentiamo saggi perché pensiamo di sapere tutto della giornata trascorsa. La capacità che ci è richiesta è allora non quella di creare da subito un linguaggio delle cose nuove (momento ingovernabile che spetta al gioco degli umani con le loro sorgenti), ma di allenare gli occhi a distinguere albe e crepuscoli.

Tutta la conoscenza acquisita prima di toccare quel punto – a mezzo il cielo – sembra rivolgersi allora verso l’infanzia, la casa, la prima terra, verso il mistero delle radici, che di giorno in giorno acquista eloquenza. Verso un dialogo sempre più stretto tra l’antico bambino e i morti – i ministri velati, onnipresenti della memoria. Capii bene come ascoltando i suoi nonni paterni – sbanditi e deposti dai conquistatori – il meticcio Garcilaso sapesse, una volta per tutte, che di se stesso avrebbe detto soltanto El Inca, sebbene fosse cristiano, cattolico ardente e figlio di un illustre Spagnolo. Comprese improvvisamente quei lamenti mille volte ascoltati, quei vecchi disperatamente nostalgici dei loro morti imperatori, terribili e soavi come il sole. Può non essere meno drammatico l’incontro con un ritratto di famiglia, l’uomo o la donna di cui mille volte udimmo parlare, il nonno che ha il nostro volto ma che – soltanto oggi è chiaro – ha vedutogli imperatori: porta nelle pupille fredde e tenere quello che noi cerchiamo dalla nascita, dentro e fuori. Qualcosa di molto simile alla terra, che (come un Indio si espresse) ci fu tolta sotto colore di aprirci il cielo.

(Cristina Campo, In medio coeli)

ConFra

1Ci riferiamo qui all’Occidente come concetto che si staglia sul panorama storico umano dopo avere eliminato le proprie specificità interne, e gli ostacoli ad un progetto di civilizzazione totalitario, non a tutte le spinte che qui hanno tentato di resistere a quel progetto.

Perdenti per sempre? Perfetti per oggi!

Quando si parla di spazio si tralascia spesso di dire della sua sorella nascosta, il tempo o, meglio, dell’esperienza del tempo che in uno spazio si fa. Uno spazio in cui si sta bene è quello in cui l’esperienza del tempo – io con gli altri, io con una versione più carica di me stessa/o – assume una intensità che crea una differenza: tra il “qui” e il “fuori”, tra l”appena trascorso” e la “routine”. Sono i momenti in cui non ci si cura del “per sempre” e di altri ingombri, e si dilata la presenza, le presenze.

L’appena trascorso di alavò, e di chi ha deciso il coraggio di attraversarne la soglia, è una due giorni sulla terra, sul nostro rapporto prezioso e precario con questa madre comune. La prima occasione è stata un pomeriggio di meraviglia con Michele Piccione, la sua generosità, il suo genio e, ultima non ultima, la sua umiltà (una dote rara tra artisti, unica per quelli del suo calibro): il viaggio del mondo in 100 minuti tra strumenti che la storia delle umanità ha prodotto, in particolare quella di popoli storicamente oppressi, ci ha ricordato una bella frase di Jean Giono su una qualità degli umani: di saper uguagliare, talvolta, la potenza del divino non solo nella capacità di distruzione.

Il secondo giorno, sabato 22, è stato dedicato ad una pratica vecchia quanto il mondo dell’agricoltura: uno scambio di semi antichi (di orticole, di fiori, di officinali) tra persone che non hanno voglia di lasciare la terra, che coltivano nel rapporto con essa una volontà di autonomia e libertà che come sempre cozza con gli interessi di chi vuole il predominio su tutto il vivente. Si è parlato dei nuovi ogm, della necessità e difficoltà di contrastarli e contrastare la visione che ne è alla base; dei legami finanziari e di ricerca scientifica tra queste tecniche e i signori della guerra; del farsi totalitario dello sfruttamento. Se la terra è la madre, matrigna è il comparto scientifico-industriale- militare che, propagandando l’agricoltura 4.0, inquina i cervelli ancora prima che i corpi e i territori: ecoterrorista non è chi devasta la biosfera con i suoi ogm e i ponti sullo stretto, con il nucleare e le sue guerre al fosforo, è chi resiste e agisce in prima persona contro questa devastazione.

In un mondo così “bombardato”, chiunque dissente (sente in maniera diversa) è pazzo o criminale o entrambe le cose: scoria da rinchiudere, da neutralizzare, con galera od ospedale, col manganello o con gli psicofarmaci. Ma un simile ribaltamento si può propagare solo in un sociale trasformato in un formicaio di uomini soli. Per questo il valore della solidarietà, dell’autorganizzazione: per pensare bene occore respirare insieme.

Allora, è per continuare a tessere il mosaico delle rotte che contano che incontreremo il 30 marzo Stefania Consigliere e il 18 aprile Charlie Barnao; con la prima parleremo del malessere e di possibili piste per uscirne, col secondo dell’ostacolo principale a vederne le cause sociali: il carcere, una discarica sociale utile alla guerra totale.

Radici al vento

E’ uscito, per il numero di chiusura della rivista anarchica “I giorni e le notti”, un contributo di alcun* curatori di questo blog. Riportiamo l’introduzione qui sotto e la versione completa dell’articolo nel link in basso.

In Sicilia, potrete trovare la rivista (a breve? Dipende dalle poste…), presso: Alavò- Laboratorio per l’Autogestione, a Polizzi Generosa (alavo.noblogs.org ); il circolo Carrettieri, in via Carrettieri 14, Palermo;  a Messina presso la distro di Stretto Libertaria (http://nopassaran.noblogs.org).   Oppure, se ne voleste chiedere più copie, scrivete all’indirizzo:  navedeifolli@gmail.com

 

.

Radici al vento

Il giorno

L’albero non ha più le foglie”

zù Jachinu Spagnuolo, contadino e uomo-albero

Con queste parole, dette nel siciliano di Polizzi a sua moglie e compagna di una vita, il nostro amico Gioacchino ha presagito e annunciato la propria morte. Le ha pronunciate il mattino del’8 gennaio e se n’è andato, con un infarto, la notte immediatamente successiva. Gioacchino non era un compagno nel senso che diamo, in ambiente anarchico, a questo termine, ma molte volte abbiamo mangiato con lui e più spesso abbiamo condiviso il pane della parola sul mondo e sulla vita. Se n’è andato a 84 anni quasi compiuti – li avrebbe compiuti il 14 febbraio e molto dice la data di nascita di quest’uomo così capace di amare, che lascia dietro di sé la scia dolce della sua presenza, di una saggezza coltivata a giardino, a orto, a noccioleto; a noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo, rimarrà a lungo nella memoria il suo sguardo abitato dall’esperienza con gli altri: con le persone, in un’arcata di tempo che ha visto il suo mondo – la civiltà agricola di montagna, con ampi margini di autonomia materiale e immateriale – prima cambiare e poi scomparire; con le piante e con gli animali che tanto gli hanno dato, in quanto lui (si) era disposto a (ap)prendere.

Gioacchino era un uomo radicato e felice come pochi ne abbiamo conosciuti. Per questo non ci è sembrato abusivo tratteggiare qui alcuni lineamenti del suo essere.

La sua frase di congedo dice qualcosa sul radicamento anche agli sconosciuti, qualcosa da apprendere visto che, generalmente, ci manca. L’essere radicati è, tra le altre cose, un’esperienza del corpo, un appartenersi integrale che l’intelligenza del nostro amico riporta non a caso con l’immagine dell’albero spoglio; questo dialogo organico è così forte che non si interrompe neanche con lo spegnersi dell’armonia entropica che ci tiene in vita: esso cambia semmai di segno, dando agnizione della morte imminente.

Ci sembra che, tra le tante cose che il Sistema mette in conto di distruggere per perpetuarsi, ci sia anche questa esperienza, questo appartenersi integralmente che, finché dura, potrebbe mandare in pensione Descartes, il mondo scisso da lui architettato e tutti i suoi eredi contemporanei, i molti e variegati “gestori della vita”.

Sentirsi un albero spoglio, sentire l’inverno della vita, e non abbattersi: questa postura di dignità di fronte all’avvicinarsi della morte ci sembra inoltre una vera e propria diserzione del paradigma della sopravvivenza tele-aumentata-senza-fine promossa dall’utopia transumanista.

Continua qui: radicialvento

 

 

Epifania d’Occidente ovvero le due facce dell’orrore

Ecco le due notizie del giorno dall’enorme campo di sterminio in cui Israele sta trasformando Gaza.
La prima attiene al terreno della prassi genocidaria, la seconda alla dimensione linguistica,  cioè delle politiche linguistiche che è giusto tenere di fronte all’annientamento di un’intera popolazione. Protagonisti della prima sono i fascisti israeliani, mentre i protagonisti della seconda sono personalità di sinistra – o, come si usa dire, della “società civile”. Essendo i primi, come sempre, degli estatici della morte, nemici eccitati degli oppressi e dell’umanità e della vita, tralasceremo di occuparcene: con gli assassini, degli assassini, non si discute. Dei secondi e dei loro discorsi, anche qui come sempre, occorre occuparsene, perché il loro mestiere di produrre finta critica e gettare “fumo negli occhi” è tanto proficuo per il sistema quanto dannoso per l’umanità oppressa. Intanto un fatto: uno dei firmatari, forse il più eminente, è un informatico che ha sviluppato algoritmi e lavorato per la stessa intelligenza artificiale che è protagonista della guerra in corso.
È chiaro anche in questo caso come i personaggi di sinistra, in una società in cui la guerra è un fatto totale, sono assassini dal volto pulito per il semplice fatto di volere continuare a “sedere in società” rimuovendone il suo fatto fondamentale: la guerra appunto. Con un valore aggiunto, per il Sistema, che è la finta critica: se nella vita di tutti i giorni lavoro all’infrastruttura tecnica che aumenta la capacità distruttiva della guerra e, dopo tre mesi di massacri, firmo un appello “contro lo sdoganamento linguistico del genocidio”, faccio guerra all’intelligenza naturale (alla coscienza) di tutti e di ognuno. Eppure, anche se siamo di fronte a un enorme capacità di falsa coscienza dei soggetti in questione, c’è una parvenza di coerenza nel progetto: se la guerra è sempre più un affare di macchine intelligenti e di uomini macchina (cioè svuotati della loro intelligenza di specie) allora l’eccitamento fascista alla morte, l’incitamento allo sterminio, i discorsi esaltanti la pulizia etnica, sono vezzi obsoleti, da cavernicoli (1). Questa è la versione attuale del programma di sinistra del capitale occidentale: facciamo fare il lavoro sporco alle macchine, così potremo stare al lavoro nei bianchi dipartimenti in cui si progetta la fine dell’umano. (Non c’è miglior commento alla parabola di vita di Toni Negri di questo “manifesto della ragion tecnica applicata” che è la democrazia Israeliana)
Quello che i sinistri non potranno mai vedere – immersi come sono nella contraddizione che li costituisce – è che non c’è futuro per la ricerca della tecnoscienza fuori dall’impulso di morte alimentato dagli Stati e dagli eserciti; che, “raffreddato” e codificato in codici binari, è quello stesso spirito di morte che le macchine incorporano e sempre più incorporeranno grazie al lavoro di solerti ricercatori così inclini all’autoindulgenza etica.

L’unica coscienza vera e, con essa, l’unica possibilità di futuro è nella rivoluzione vista come opera di quegli umani che tirano il freno di emergenza del treno – in corsa verso l’abisso – che gli umani stessi hanno costruito (altri umani o il me stesso di qualche anno fa, poco importa). Ma nel frattempo, per restare umani, bloccare la normalità dello sterminio (dai carichi di materiale bellico alla percezione del “non ci riguarda”) sarebbe il minimo indispensabile.

1) Viene in mente Gunther Anders che col suo acume notava come l’esaltazione della violenza e della morte tipica dei fascisti fosse un esempio di “mimesi delle macchine”, un tentativo di imitarne la capacità distruttiva, di colmare sul campo della violenza il dislivello prometeico tra il mondo umano e quello tecnico.