Riportiamo qui le tappe di un piccolo dibattito cominciato con la pubblicazione del nostro articolo “Radici al vento” (che si può trovare qui: https://sciroccomadonie.noblogs.org/post/2024/08/03/radici-al-vento/), per il numero 15, ultimo, della rivista anarchica “I giorni e le notti”.
Proponiamo i testi in ordine di pubblicazione, a parte il nostro primo segnalato nel link qui sopra. Il primo è di Peppe Aiello e si intitola….
…Andare, tornare: scomodo e inestirpabile è il luogo che ti conosce
Ma tu furastiero, tu forse nun saje
comm’ è attaccata ‘sta gente a’ campagna
e si tenesse ‘nu piezzo e turreno,
e cu’ chistu turreno putesse campa’,
statte tranquillo, restasse là,
restasse ‘n campagna, felice ‘e campa’.
Franco Del Prete – Napoli Centrale,
Viecchie, mugliere, muorte e criaturi, 1975
I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori.
Karl Marx – Friedrich Engels
Manifesto del partito comunista, 1848.
Qualche mese fa ho avuto il piacere di ricevere Radici al vento, un articolo poi pubblicato sul n. 15 della rivista I giorni e le notti, che affronta con una prospettiva originale e concreta – di quella concretezza che risulta dalle scelte di vita – argomenti essenziali e scomodi, che provano a uscire dalla ritualità dei finti confronti in ambito libertario e a mettere al centro della propria attenzione il dove stiamo andando e dove vorremmo andare. Uno scritto immerso nella consapevolezza che questi non sono i tempi della fretta, perché essenziale non significa urgente, e abbiamo bisogno di muoverci con passo cauto – non incerto – su tracce conosciute eppure cambiate nel tempo.
Chissà, magari a essere cambiate [1] siamo noi.
Andare, tornare: scomodo e inestirpabile è il luogo che ti conosce. Penso di poter dire che gli estensori dello scritto fanno parte di chi ritiene che, in un mondo dove non vi è centro, ogni luogo sia adatto a metter mano all’esistente, e al futuro.
Negli stessi giorni stavo rileggendo Di sconfitta in sconfitta, scritto in carcere da Vincenzo Guagliardo, ex-brigatista passato attraverso un meditato itinerario che l’ha portato dagli schemi lottarmatisti (era nel gruppo responsabile della più impopolare uccisione della storia della lotta armata, quella del sindacalista comunista Rossa) a un’intransigente nonviolenza anticarceraria laica. A parte il lato sottilmente comico che avevo dimenticato – come il 98% degli ex comunisti anche Guagliardo conserva una malcelata idiosincrasia verso gli anarchici, colpevoli di aver capito nell’ottocento che determinate metodologie portano necessariamente al dispotismo – mi stavo concentrando sulle intricate riflessioni riguardo il rito sociale basato sul capro espiatorio, e sulle posizioni eterodosse di alcuni esponenti del cristianesimo medioevale. In questo contesto l’autore cita la famosa frase di Ugo di San Vittore – perfetto è quello per cui l’intero mondo è un paese straniero [2] – che mi ha sempre lasciato perplesso. Probabilmente perché devo il mio corredo genetico (e culturale) a persone che hanno adottato in merito scelte diametralmente opposte – uno che poteva e voleva partire, ma poi restò, e una che ha optato per una vita da straniera assoluta – quel concetto di perfezione non mi ha mai convinto del tutto. Si può mettere assieme nostra patria è il mondo intero con l’amore per la propria terra? E Radici al vento è arrivato in contemporanea con l’ennesima riproposizione di questo interrogativo.
Le terrone emigravano, le terrone emigrano. Per motivi diversi, per sperare di migliorare la propria vita, per sfuggire alla miseria, per scappare da luoghi che si percepiscono privi di risorse. Nel momento in cui scrivo le strade di Bologna sono piene di ventenni dall’accento calabrese, siciliano, campano, pugliese, lucano, ragazzi che non sono scappati dalla miseria né dalla fame. Qualcuna vuole un posto dove può lavorare e studiare al tempo stesso, altri cercano il paese dei balocchi (alcol e sostanze, casualmente sesso, ormai pressoché in disuso), altre credono che, rispetto al paese, lì ci sia di più, occasioni, magari una carriera.
Giovani con due genitori nati a Bologna sono in via di estinzione, come un tempo a Torino e Milano. Le settentrionali sono trent’anni che hanno smesso di fare figli. Dopo le meridionali si passa agli stranieri. I terroni fanno l’università e poi riempiono le scuole dove insegnano a leggere, scrivere e a far di conto ai figli delle terrone (sempre meno), ai rumeni, cinesi, albanesi, nigeriani, bengalesi (sempre più).
Tutte vanno, vengono, scappano, si innamorano, si sposano, si lasciano, pensano di ritornare – la mamma si sta facendo vecchiarella – o sostengono fermamente che non torneranno mai più. A volte fanno figlie che sono straniere ai loro stessi genitori, forestieri a se stessi. Sradicate che non sanno quale è la loro casa, che albero sono, e non sapendolo si andranno a trapiantare in grigie e tristi città europee, lì dove non si capisce perché la gente ride.
Puoi provare a escogitare qualche modo di difendere l’identità di un luogo se nessun luogo è casa tua?
La risposta che sembrano dare le autrici è – soggettivamente – plausibile. Recarsi da zù Jachinu e dalla signora Nina che non aderiranno né all’anarchismo classico né a quello contemporaneo, ma capaci per disposizione umana di entrare in un gioco relazionale aperto e poco definito con le idee di libertà. Un azzardo ostico, ma, per SteConFra, quello sul quale investire, in una civiltà che va verso forme di autofagocitazione sempre nuove e sempre vecchie, ma di potenza inusitata. Le giacche blu massacravano gli indiani e li riempivano di alcol. Nel giugno del 2024 è arrivata una notizia da una tribù amazzonica: l’agente del complesso militare-industriale-politico americano Musk gli ha fatto arrivare internet e dopo nove mesi stanno tutti davanti allo smartphone, non fanno altro. Aspettano l’estinzione guardando siti porno.
Il solo fatto di rivendicare, come fanno le autrici di Radici al vento, un mondo che tutti stigmatizzano in quanto obsoleto, e rimarcare le fratture che invoca, crepe inarrestabili che partono dentro di noi e si moltiplicano e si espandono nel corpo sociale, mi incoraggia. Mi piace che gente più giovane di me provi in questo senso, che tenti di uscire dagli schemi rivendicativi, antagonisti, ideologici. Un modo saporito di riconquistarsi la vita e il mondo, di tentare. Ma se fosse tutto qui vi inviterei solo caldamente a leggere il testo.
E invece, qualcosa è in agguato.
Nouvelle cuisine à la sicilienne – ‘o purp’ cu’ ‘a nutella
Sulla banchisa, in riva al mare,
c’era una volta un’orsa bipolare;
sapendo che il polpo è cibo prelibato
volle migliorarlo: con il cioccolato.
Quando, alla fine degli anni ’90, mi trovavo per lavoro nella Polonia post-comunista che si dedicava alacremente, con una spiccata verve antisovietica, alla trasformazione delle proprie forme di governo, produttive e militari, contattai sporadicamente alcuni anarchici della capitale che mi raccontavano dei loro episodici incontri con il movimento italiano e a un certo punto mi nominarono Ya Basta. Chiesi loro come facevano a conciliare il loro evidentissimo anticomunismo con le nipotine del marxismo-leninismo in salsa negriana, e la risposta mi lasciò stupito: «Loro si definiscono anarchici». Io sapevo benissimo che tutto quel contesto in realtà odiava le anarchiche quasi al di sopra di qualunque altra cosa, ma la loro affermazione rispondeva alla perfezione alle tattiche proprie della politica mimetica della quale Ul’janov fu massimo rappresentante. È una storia che non avrà mai fine: libertarie in fase movimentista, disciplinari quando si conquista l’apparato intero, o un suo pezzo, o anche un pezzettino microscopico di quello.
Tutto si può dire del socialismo autoritario di variante marxista (ce ne sono altri, già la rivoluzione di Blanqui era segnatamente avanguardista e tutta rivolta alla conquista del potere) ma non che non sia stato un prodotto ideologico-pratico di enorme successo. Appagando le aspettative umane di grandi organizzazioni ben strutturate alle quali aderire e di previsioni deterministe che garantivano “rigore scientifico” e indicavano la strada della dittatura del proletariato come ineluttabile, le militanti marxiste riuscirono a convincere centinaia di milioni di persone che il destino dell’umanità si indirizzasse proprio lì, senza dubbi né incertezze di sorta. Uno degli effetti collaterali, di irrilevanza pressoché totale per la storia della nostra civiltà ma di un certo interesse per chi si occupa di movimenti libertari, è il fatto che ben presto quelli che erano stati i più feroci critici della teoria e delle pratiche marx-engelsiane, sedicenti eredi di Bakunin, cominciarono a parlare e scrivere seguendo gli schemi del materialismo storico. E man mano che folte popolazioni s’andavano a trovare sotto il governo di regimi socialisti, diretti di solito da partiti comunisti, si invidiavano quei trionfi e si pensava fosse necessario prendere ciò che c’era di buono in quell’apparato ideologico-organizzativo che si stava dimostrando così adatto alle esigenze delle masse in rivolta. «Non puoi prescindere dall’analisi marxista» – era la formula di rito, non solo per gli m-l, ma per quasi tutto il movimento che si pensava rivoluzionario. E qui la struttura economica, e lì la storia come storia del conflitto tra le classi, e la falsa coscienza, e la caduta prepuziale del saggio di profitto, e la sussunzione nell’alto dei cieli del sacro capitale. Ne nacque uno sgorbio, ovvero la convinzione che l’anarchismo fosse una specie di marxismo senza la dittatura del proletariato. Un marxismo un po’ più simpatico e riguardoso delle libertà dei popoli. Tanto passò questa bizzarra idea che a un certo punto una serie di marxisti ortodossi, capitanati da un docente padovano, si infilarono in quella soffice nicchietta di marxismo libertario per adeguarsi ai tempi che incalzavano, beninteso senza uscire dalla chiesa del profeta di Treviri. Quel raccapricciante ircocervo mai più defunse e ancora oggi, certo sovraffaticato dagli eventi, costretto a continui equilibrismi e salti mortali dall’utilizzo di un armamentario limpidamente autoritario come strumento per la liberazione umana, si aggira lugubre con l’acrimonia tipica del figlio di un dio minore, che non si rassegna al fatto che quell’oracolo visionario sia decaduto al rango di un qualsiasi filosofetto ottocentesco.
Si sentì uno sparo. Johnny fece una piroletta e stramortì per terra.
Inedito romanzo western di un anonimo del XX secolo
Qui siamo di fronte a un caso molto più complicato. Lo scritto di SteConFra non è il proposito di consegnare al signor Procuste il proprio anelito libertario, quanto un tentativo che mette assieme la poesia dell’esperienza del complesso incontro (re-incontro) con le proprie radici e le geometrie para-accademiche del materialismo storico. Certo le più raffinate pietanze vengono dall’unione di componenti che mai si sarebbero incontrati senza la smania onnivora delle sapiens: tutte sappiamo che un mondo senza sposalizio tra melanzane asiatiche e pomodori nuovomondisti sarebbe assai più triste di quanto già non sia, e mai si può escludere che il mescolare ingredienti disparati origini uno squisito piatto di Nouvelle cuisine à la sicilienne. Oppure, è come tentare di produrre una nuova leccornia mettendo insieme il polpo con la nutella, entrando così nel campo dell’altamente improbabile.
Si è capito, ci troviamo in questo secondo caso, e da uomo di mare nonché conclamato saccarofobo, assocerò ‘o purp’ con il rustico canto del radicamento libertario e la nutella con le pirolette del cowboy marxista che stramortisce al suolo.
‘O purpo è il radicamento e il ritorno. Le autrici hanno vissuto l’emigrazione non per necessità ma per scelta, per la forza e l’emozione dell’affinità con preziose compagne di strada, eppure a un certo punto si sono trovati a fare i conti con la poca aderenza che una sincera intenzione e accordi più o meno chiari avevano con il progetto e con le pulsioni vitali. Insomma, i patti e le idee discusse a tavolino non hanno mai fatto e non fanno né la libertà né tantomeno la felicità. C’è altro, e va scoperto, cercato, un percorso che dura una vita – se ci interessa – magari partendo da un posto, ritrovandolo, se è il caso.
È un buon materiale con il quale possiamo operare, e in fondo non è che ci sia molto altro. Poi, certo, se ci si vuole affidare alle grandi organizzazioni sognando la Cnt del ’36 oppure alla propaganda del fatto, chi sarei mai io per dire che una si sbaglia: a me paiono scelte inattuali ma ognuno resti della sua opinione. Per nulla inattuali sono invece le acrobazie alle quali ci si costringe per giustificare l’indifendibile fiducia, o fede, nei dogmi marxisti e nella possibilità di aggiornarli e attualizzarli – una muffa di basso profilo, ma onnipresente. Un tic insopprimibile che esalta con procedura automatica il bisogno di legittimazione da parte dell’accademia e degli intellettuali organici o inorganici che siano: se parlo marxistese, se omaggio gli opportuni assiomi, l’accademia e i suoi figli spuri mi terranno in considerazione, altrimenti i miei interventi saranno ritenuti favole naïf e nessuno mi riterrà un titolato analista sociale. Una tragedia.
Quindi posso sì introdurre alla lettrice zù Jachinu e la morte, la signora Nina e la magia, ma se non ci metto sopra la glassa germanica mi sentirò marginalizzato nel folklore. E quindi, a un certo punto arrivano le prime schermaglie, così tenui da parere inoffensive: arrivano “i proletari”. Quando dico che preferisco evitare questo termine, che tutti usammo, invero con grande moderazione, in decenni passati, so di suscitare il sordo risentimento dei militanti; soprattutto perché che la loro solita arma, cioè inveire – «È perché sei un piccolobborghese!» – con me non attacca, provenendo da una famiglia rigorosamente proletaria, di lavoratori e non di possidenti, dove il bene voluttuario era un concetto assai articolato a desiderarsi.
Quindi ve lo dico con cognizione di causa: ai proletari, come continuate a chiamarli, la parola non dice nulla. In genere non la conoscono, e se la conoscono gli fa schifo.
Signor Courbet, qual è l’origine del mondo?
Ognuno ha la sua idea, Gustave Courbet aveva la sua, forse un po’ perentoria, ma apprezzabile. Ai taoisti piace l’Uovo cosmico, ai mediorientali lo sapete già. A me piace Mbombo, il gigante bianco che vomitò il sole e tutto il resto, quindi aderirei al partito dei Kuba, se aderissi a partiti. Per i marxisti, incluse le nostre amiche anarco-marxiste, l’origine sta nel fascinoso e tremendissimo motore universale: il Capitale. Questa scelta, se di scelta si tratta quando parliamo di fede, pone un problema spinoso. Che non è affatto la constatazione di come si tratti di un’entità con lati spietati e quasi malvagi. Con questo aspetto la religiosità monoteista ha esperienza millenaria e il todopoderoso veterotestamentario, contrariamente a quel mollaccione papà del capellone, appena facevi una mossa sbagliata ti inceneriva; oppure, se sbagliavi devozione, mandava qualcuno a colarti oro fuso in gola. Roba così. Il Capitale è praticamente uguale, forza creatrice e distruttrice, spietata e ineffabile. Ma non è agevole porre al vertice della cosmogonia un’entità così recente, praticamente neonata.
Ricordo l’esperienza straniante di quando, in gioventù, cercavo di discutere con i marxisti del concetto di Stato. Provavo ad articolare (con la modesta documentazione di cui disponevo al tempo, una specie di ricostruzione a tentoni) osservazioni su natura umana e strutture gerarchiche e dall’altra parte mi rimbalzava invariabilmente una pappagallata che cominciava con: «Perché la nascita dello Stato-nazione…». E io a dire ogni volta che volevo parlare di transizione dalle società egualitarie a forme statali, passaggio che veniva assai prima del cosiddetto Stato-nazione, e che quello di cui avrei voluto disputare era la possibilità che le sapiens facessero a meno di comando e istituzioni, non di Stato-nazione. Mi ci volle del tempo per capire che tutte loro non stavano argomentando, bensì ripetendo una formula liturgica senza la quale si sarebbero ritrovati senza punti di riferimento.
Può sembrare bislacco, ma gli anarchici non ne erano affatto esenti, ritengo a causa dello storico complesso del perdente, che i marxisti non avevano, viste le tante rivoluzioni “vinte”. Gli anarchici invece quella volta che la facevano subito la “perdevano”. Invece di indurre una meditazione sui concetti di vittoria e sconfitta, ciò inoltrava verso il solito dilemma arcinovista, che alla fine ti convince che il comunismo funziona meglio (che poi ad Aršinov non portò tanto bene: se fosse rimasto anarchico e, soprattutto, fuori portata della Čeka, certo campava qualche altro anno). Quindi, per tornare alle nostre scrittrici, mentre stanno parlando di ritorno e sradicamento, prima buttano lì, con discrezione, un “proletari”, innocuo. Certo, io le vorrei vedere le nostre amiche mentre si rivolgono così ai lavoratori autoctoni o migranti approdati sulle coste sicule («Proletario! – Su, scendi dal barcone e dai inizio alla lotta di classe, tuo compito storico!») – spero che facciano un filmato quando si decideranno, perché voglio tanto vederlo.
Ancora due righe e l’attacco si fa esplicito, il primo colpo di mortaio: improvvisamente al centro della scena spunta il passaggio da una cosmovisione nativa a una capitalista. Quindi non ci interessa la visione degli erectus (giusto, altra gente, chissà cosa mai pensavano), né dei neanderthaliani, con i quali le cose già si fanno più ramificate, ma neppure dei Cro-Magnon, che erano praticamente uguali a noi. Soprattutto non consideriamo il passaggio che molte antropologhe ritengono cruciale tra sistema di vita paleolitico e quello neolitico. Quando parlano di cosmovisione nativa, di cosa parlano i nostri autori? Di quella dei !Kung, di quella degli aztechi, dei greci o dei tizi di Ust’-Ishim che 45000 anni fa avevano il fegato di vivere senza riscaldamento in Siberia? Questa gente aveva la stessa cosmovisione degli africani? Uguale a quella delle mie bisnonne contadine? O forse stiamo appiattendo cose diversissime tra loro? Pare di sì, ma è chiaro che se non lo facciamo quella presunta entità suprema perde tutta la sua rilevanza. Potrebbe darsi che dall’arrivo delle sapiens siano comparse e scomparse migliaia di cosmovisioni diverse, tutte a modo loro “native” e tutte a loro modo sterminatrici di quelle delle popolazioni che le avevano precedute.
Sono già in seria difficoltà, ma inaspettato, altre due righe sotto, arriva l’uppercut finale, quello che mi mette al tappeto.
Il regime economico capitalista esiste da cinque secoli: niente, se proiettati sull’arco lunghissimo della storia dell’umanità sul pianeta. Prima dell’estrattivismo, le popolazioni umane vivevano del, e nel, rapporto ecologico con il loro ambiente…
Nel leggere, prima di svenire, resto a bocca aperta. Il regime economico capitalista…? Ora sì che si potrà parlare con competenza della signora Nina e dei suoi santi e delle foto sul comodino, senza che a nessuno venga il dubbio che gli autori ignorino il Sacro verbo. Il piccolo difetto della liturgia è che induce a un’affermazione che non è solo ideologia pura, è proprio un falso storico. L’idea che la rapina sistematizzata ai danni di altre popolazioni da parte di società ben strutturate secondo un’aggressiva organizzazione politico-militare gerarchica sia venuta fuori con il capitalismo è come asserire che la razza dei topi è nata con Mickey Mouse. Eppure siamo a un passo da Siracusa che contò, dicono, fino a un milione di abitanti. E come avrebbe potuto vivere, cosa mai avrebbe potuto mangiare, di cosa vestirsi, per tacere di ozî e lussi, tutta questa gente senza depredare altra gente? E il capitalismo – ammesso che questo golem davvero esista – cosa avrebbe a che fare con tutto ciò? Ur, Anurādhapura o l’efferata Caput mundi, le metropoli dell’antichità, millenni prima dell’industrializzazione (quella sì che esiste) si muovevano, presumiamo, secondo lo stesso principio: ammassarsi per razziare, razziare per poter vivere ammassati. La parola estrattivismo d’incanto si svuota e il capitalismo estrattivista diviene sinonimo delle convergenze parallele o del ciuccio che vola, se preferite.
Uno che qualcosa ne sapeva, visto che nei mondi non-industrializzati ci passò tutta la vita, raccontava qualcosa che invece di quelle fatuità tipo accumulazione originaria, spiega in quale modo la struttura avesse intrinsecamente necessità di prendere (rubare? prelevare?), conservare, distribuire:
Or sappiate ancora per verità che ’l Grande Sire manda messaggi per tutte sue province per sapere di suoi uomini, s’egli ànno danno di loro biade, o per difalta di tempo o di grilli, o per altra pistolenza. E s’egli truova che alcuna sua gente abbia questo danaggio, egli no gli fa tòrre trebuto ch’egli debbono dare, ma falli donare di sua biada, acciò ch’abbiano che seminare e che mangiare. E questo è grande fatto d’un signore a farlo. [3]
e oltre
Or vi conterò come ’l Grande Signore fa carità a li poveri che stanno in Canbalu. A tutte le famiglie povere de la città, che sono in famiglia 6 o 8, o piú o meno, che no ànno che mangiare, egli li fa dare grano e altra biada; e questo fa fare a grandissima quantità di famiglie. Ancor non è vietato lo pane del Signore a niuno che voglia andare per esso; e sappiate che ve ne va ogne die piú di 30.000; e questo fa fare tutto l’anno. E questo è grande bontà di signori, e per questo è adorato come idio dal popolo.
Accumulare per mantenere e consolidare la struttura sociale, alti tassi di densità demografica resi possibili dalla gestione militare delle risorse. Ma, visto che siamo in epoca pre-capitalista secondo le autrici ci doveva essere, sotto il governo del Kublai Khan, un rapporto ecologico con l’ambiente, ed evidentemente nessuno sradicamento. Certo sarebbe stato interessante conoscere il parere delle 20.000 femmine che fallano per danari che popolavano i quartieri periferici di Khanbaliq (approssimativamente: Pechino). Magari erano adolescenti di famiglia contadina costrette/indotte a prostituirsi nella metropoli? Questo il nostro veneziano – narratore sintetico – non lo racconta così esplicitamente, ma se si ha voglia di leggere come veniva formato il suo harem (questo lo scrive) forse qualche idea ce la si può fare.
Esodo dalla modernità?
La proposta dei nostri autori è esplicita, cominciare a edificare, senza disgiungere teoria e pratica, dei tentativi di tirarsi fuori dalla rassegnazione, dal mito dell’inevitabilità della tecnologia a sviluppo infinito destinata a regolare automaticamente, al di sopra e indipendentemente dalle forme sociali, le necessità, i limiti e i conflitti umani. Lo chiamano esodo dalla modernità, che non è evidentemente primitivismo, né intende il patetico progetto di riavvolgere il filo dipanato della storia. Peccato si siano messi come zavorra i triti concetti (che non sono solo vocabolario) dell’ideologia più aggressivamente progressista che il XIX secolo abbia partorito e debbano infarcire la perspicace poesia del mondo in cui hanno deciso di immergersi e al tempo stesso di creare, di detriti quali il regime economico del plusvalore o le frontiere del capitale in espansione che le rivela ancora in seria difficoltà a liberarsi della quarta religione monoteista di cui il Medio oriente graziosamente ci fece omaggio dopo ebraismo, cristianesimo e islamismo. Certo, a chi ritiene che le parole possano essere usate in maniera elastica (che è vero, sempre, ma non sempre è un bene) e che non ci si dovrebbe troppo accanire sulle forme di un discorso, bensì sugli intenti, sulle radici e sulle foglie, questo sproloquio sarà parso inutile e noioso. Ma l’argomentare, l’immaginarsi il mondo, o prevederlo, o paventarlo, o auspicarlo attraverso l’accostarsi di vocaboli, non può essere qualcosa di separato, di estraneo al nostro quotidiano. E anche se non credo che sia necessario prima fare chiarezza e poi cambiare il mondo, penso anche che, visto che il cammino da fare è assai lungo, sarà meglio farlo con le zampette libere e senza le pastoie di un passato che ha già sufficientemente dimostrato dove portassero le sue strade.
Giuseppe Aiello, agosto 2024
[1] Femminile e maschile vengono qui usati seguendo un rigoroso protocollo AMC (ad mentula canis).
[2] Delicatus ille est adhuc cui patria dulcis est; fortis autem iam, cui omne solum patria est; perfectus vero, cui mundus totus exsilium est; ovvero: L’uomo che considera dolce la propria patria [ma Guagliardo qui traduce invece: luogo natale] è ancora un tenero principiante; colui per il quale ogni territorio è come il proprio suolo natio è già più forte; ma perfetto è colui per il quale l’intero mondo è come una terra straniera. Ugo di San Vittore, 1128 ca., Didascalicon, III, 19.
[3] Marco Polo e Rustichello da Pisa, Il Milione, 1298 ca
La risposta non poteva mancare, certi inviti al ballo non si rifiutano
A mezzo il cielo
Ci sono amicizie che nascono sulla terraferma e altre che si annodano nella complicità irripetibile del naufragio, e di quella cosa di schiuma e di flutti hanno ancora il sale; nelle vele di alcune soffia il vento che porta ad approdi sicuri (non è detto che siano i migliori), in altre quello per continuare la navigazione fino a quando gli arrivi abbiano magari il tocco rude della verità (categoria un po’ scomoda di questi tempi), piuttosto che quello appiccicoso e dolciastro della consolazione. Con Peppe ci siamo conosciutinel “diluvio universale covid”, con la sola bussola dei principî confermati e accordati al corpo teso alla vita. Le amicizie così, legami che nascono fuoritempo, non si misurano in anni e anche la scoperta delle affinità e disaffinità si fonda su un movimento particolare, in cui stima e sfida non si escludono nel gioco delle reciproche intelligenze.
Il primo incontro è avvenuto su terra apparentemente ferma, addirittura tra le nostre montagne, in occasione della due-giorni su Sud, civiltà contadina, apocalisse culturale e cosmovisioni, rivoluzione. Quell’incontro nasceva dalla necessità improcrastinabile, cioè storicamente urgente, di fare un bilancio del biennio covid e, insieme, nominare dei varchi possibili per il futuro che, giustamente, immaginavamo altrettanto totalitario e guerresco. Dopo il naufragio imposto, ci prefiggevamo una deriva controllata: andare per mari inesplorati con alcuni punti fermi: la tensione anarchica e la sua storia, ad esempio.
A partire dalle esperienze che ci hanno visti individualmente e collettivamente malconci, cosa salvare e cosa lasciare affondare del nostro strumentario teorico/pratico? E, in quanto diversi dentro un sociale che diventa macchina di annientamento delle diversità, quali i nodi da lavorare, da sciogliere, da tagliare? Quali le piste da percorrere, quali le risorse a cui attingere? Se abbiamo voluto Peppe in quella due giorni con noi è stato per porci insieme la domanda se a Sud si trovino ancora dei segni di qualcosa di diverso, uno scarto, rispetto all’apocalisse totale e marciante che si fa vanto di chiamarsi Occidente. Qualcosa di particolare sì, la civiltà contadina e le sue memorie non disperse per esempio, ma che riportato alla luce può avere un effetto liberatorio (potenzialmente) per tutti/e. Non un altrove e neanche un patrimonio ripristinabile a volontà, ma uno strumento di scavo della storia collettiva per capire da dove veniamo, come siamo stati educati a vedere come siamo. Eppure per scavare – o dissodare, o dinamitare – ci si dà da fare con i materiali a disposizione; poiché questa ricerca si muove su terreni teorici, gli strumenti teorici sono quelli su cui interrogarsi, che è giusto mettere in discussione. Siamo d’accordo: nessuna tecnica è neutra, così come non lo sono gli strumenti, nessuna eredità che non sia scelta (almeno in questo campo). È proprio su questo punto che si colloca la critica di Peppe: visto che certi mezzi possono fagocitare gli obiettivi per cui si utilizzano, bisogna fare attenzione ai primi come ai secondi.
Quesiti enormi, che richiedono ben più di due giorni intensi, che continuano a presentarsi e a incalzarci al ritmo delle tragedie e della nostra inadeguatezza di fronte ad esse. Proprio per questo, che Peppe ci rintuzzi su queste cose, ci fa piacere; che si coltivi uno scambio che, tra gli odori di fine del mondo, ci inviti a non volare alla “bassezza dei tempi” non ci sembra sia una pratica scollegata rispetto agli altri doveri della vita e della lotta.
Accogliamo quindi, e pure con un inchino, la critica all’uso accademico di Marx, al trascorrere dei concetti in parole d’ordine e al loro impastoiarsi nel blablabla che nelle università bisogna biascicare per inserirsi in questa o quella cordata, e farci carriera; e poi, una volta accreditati come bravi “marxisti” (o, quanto a ciò, come bravi “foucaultiani”, “postcoloniali”, “transfemministi” ecc.), starsene comodi col culo sullo scranno e senza trovar niente da ridire quando il governo mette tutta la popolazione ai domiciliari.
Vorremmo poi rassicurare Peppe: nessuno di noi accende candeline sotto l’immagine di san Karl. Ma stiamo divagando, il punto è questo: c’è ancora un’utilità nei concetti marxiani? Le categorie di “proletario”, “feticismo”, “accumulazione primitiva” hanno ancora un’utilità o sono irrimediabilmente ferrivecchi?
Questa prima domanda s’intreccia a una seconda questione, più ampia e cruciale: nella galleria degli orrori che è la storia dell’umanità per come noi la conosciamo, il capitalismo ha una sua originalità, porta un aggravamento specifico, oppure è solo una delle molte forme possibili di dominio? Che, per l’appunto, è la questione che Peppe pone nel suo scritto e che, di fatto, tutto l’anarchismo pone non solo ai marxisti (poverelli…) ma a chiunque trovi che lo stato del mondo è insopportabile.
Non siamo affatto sicuri della risposta; sempre ammesso che una risposta ci sia e che non sia questione, soprattutto, di sensibilità. Qui proviamo ad argomentare a partire da un sospetto, dall’impressione persistente che, nell’infinita sequenza di modi sempre nuovi per opprimere gli umani, gli ultimi secoli abbiano una loro tragica specificità. Non parliamo solo del capitalismo in quanto sistema economico, ma più in generale della modernità, ovvero del mondo umano che ha preso forma nel convergere di colonialismo, capitalismo, formazione degli stati-nazione, industrialismo, sequestro accademico-statale della conoscenza e della cura. Insomma, la merda in cui nuotiamo. Non che l’impero romano, quello cinese o quello azteco ci facciano simpatia; così come non ce ne fanno le forme antiche e, per così dire, “pre-statali” di sfruttamento dell’uno sull’altro. Detto ciò, però, tocca fare i conti col fatto che il susseguirsi, senza quasi por tempo in mezzo, di colonialismo, totalitarismo, sradicamento di ogni forma di vita altra, tratta atlantica, genocidi, campi di sterminio, controllo integrale delle popolazioni, disastro ambientale e attacco sistematico al vivente (v. la storia del nucleare), uniti a forme straordinariamente efficaci di indottrinamento e cecità indotta, è un fenomeno tutto moderno. O se non altro, è moderna la dimensione industriale della distruzione; ma sospettiamo che, a monte, ci sia un baco specifico: l’idea tutta moderna di essere il solo sistema di vita possibile e degno, la squalificazione di principio, e quindi la distruzione, di ogni forma altra di organizzazione. Mentre altre forme di dominio, forse per mancanza di mezzi tecnici adeguati, lasciavano spazi liberi, la modernità coincide con l’esproprio, il sequestro e la messa a servizio di tutto: dell’ontologia con la partizione natura/cultura (e tutte le altre ontologie possibili sono solo storielle), della verità con la scienza (e ogni altra forma di conoscenza è superstizione), delle forme affettive con la distruzione delle regolazioni locali, del bene con il suo appiattimento nel progresso, della socialità con l’urbanistica di controllo, gli schermi, gli intruppamenti per classe d’età, delle forme affettive con la famiglia mononucleare e così via, all’infinito.
Lo stesso infinito che il capitalismo assume come punto di fuga del plusvalore. Nel disastro globale che la modernità riversa sul mondo, la piega economicista – e quindi la rilevanza teorica del capitalismo – è un pezzo fondamentale perché si salda, molto presto, con il mito fondante della modernità: quello del progresso. Per questo ci pare che lo strumentario marxiano resti utile per analizzare uno snodo fondamentale del tempo in cui viviamo. (Poi, certo, nessuno che occupi la posizione di sfruttato vuole sentirsi chiamare “proletario”, ma a quel che ci consta neanche chi occupa la posizione di sfruttatore vuole sentirsi chiamare “borghese”). Così come ci sembra utile la descrizione marxiana dell’accumulazione primitiva come esproprio dei commons, che si può estendere da momento iniziale a condizione di possibilità del plusvalore; e quella del feticismo della merce come vera e propria cattura stregonesca dell’anima delle vittime, lungamente esplorata dalla critica radicale anni Settanta. Semmai, ma questo è stata più opera degli scolastici della religione marxista che di Marx stesso, la visione escatologica del processo storico (una dinamica rigidamente di fase: comunismo primitivo antichità schiavistica feudalesimo capitalismo socialismo comunismo) ha creato diversi mostriciattoli giustamente citati da Peppe, ad esempio l’industrialismo e, come sottolineato dall’erratico Benjamin, la fiducia degli sfruttati nella corrente della Storia. E avremmo molto da ridire sul tatticismo etico, sulla prima Internazionale, sulla tecnolatria e su alcune ambiguità come il general intellect e l’atteggiamento verso lo Stato. In generale, quindi, l’uso che ci capita di fare dell’opera di Marx è lo stesso che ne fece Cafiero (o che ne fecero Benjamin, Anders, Cesarano, Coppo, Vaneigem, Camatte e altre decine di pensatori critici più o meno radicali): quella di un pensiero da discernere. E questo può significare, di volta in volta, litigarci, romperlo, prenderne un pezzo, stipulare un armistizio. La stessa cosa faremmo/facciamo col pensiero di Stirner, Bakunin, Malatesta, Goldman, Bonanno ecc. Un uso insomma non religioso: proprio perché la religiosità non è una caratteristica della cosa venerata ma del rapporto che si instaura con essa. E sì, è ironico, che proprio il pensiero di chi ha criticato il feticismo sia stato feticizzato, ma la cosa non ci riguarda personalmente (dice invece qualcosa dell’ambivalenza dell’umano coi simboli che produce). Invece, sulla specificità dello sguardo anarchico rispetto a quello marxista, pensiamo di convenire con Peppe, sta nella precedenza del momento militare rispetto a quello economico: prima l’esercito espropriatore delle autonomie, poi la fabbrica espropriatrice di vita. Eppure, sia lo sguardo anarchico che quello marxista classicamente intesi hanno bisogno di altri strumenti per sondare il lato cultuale dell’ordine costituito, il sequestro e l’organizzazione dei desideri, la colonizzazione della corporeità e dell’immaginario.
Una nota sentimentale. La posizione di Peppe porta un timbro un poco malinconico, che si potrebbe tradurre pressappoco così: “il dominio c’è sempre stato, anche fra i cacciatori-raccoglitori, e ha sempre fatto schifo; inutile perder tempo con quello capitalista, che è solo l’ultimo rampollo”. Ora, qui davvero parliamo di strutture di sentimento, quelle che muovono nel più profondo e sulle quali forse c’è poco da discutere. Ma è possibile che questa visione sconsolata sia, anch’essa, effetto di stregoneria; che, cioè, sia indotta dallo studio della storia scritta dai vincitori, quella secondo cui bisogna per forza scegliere fra libertà e ricchezza, fra autonomia e sicurezza, fra controllo e barbarie. Ma se non fosse così? Sulla base di un insieme cospicuo di dati archeologici, L’alba di tutto di Graeber e Wengrow delinea una preistoria molto diversa da quella descritta nei manuali scolastici: un tempo, innanzitutto, di sperimentazioni sociali; dove l’organizzazione complessa (“cittadina”) era compatibile con l’autonomia e l’autogestione; dove i modi di vita non si disponevano secondo una progressione univoca (cacciatori-raccoglitori, poi pastori e agricoltori, infine industriali), ma c’era un andare e venire fra forme di organizzazione; dove si poteva vivere di caccia e raccolta in estate, ma si stava tutti insieme in villaggio in inverno; e dove non si riscontra alcun determinismo socio-economico (la struttura sociale dei cacciatori-raccoglitori non è necessariamente egualitaria, quella degli agricoltori non è necessariamente gerarchica e così via). Se così fosse, allora anche la domanda terribile, antropologica, sull’origine del dominio prenderebbe un’altra inflessione: c’è dominio non perché gli umani sono intrinsecamente bacati, geneticamente propensi al peggio o cattivi per natura, ma perché alcuni gruppi decidono di agire il dominio, mentre altri fanno di tutto per evitare che si produca. Allo stesso modo – e come notano anche gli autori – se fosse così, la specificità del dominio moderno non risiederebbe tanto nella sua presa e nella sua estensione materiale, quanto nella sua capacità di annichilire l’immaginazione, di rendere impensabile il divenire politico collettivo.
Finiamo come abbiamo cominciato, con alcune considerazione alla (sulla) deriva.
Un’impressione s’insinua: che il porsi tutte queste domande sul linguaggio analitico, sulla definizione, sulle lenti per guardare fuorici inscriva, in qualche modo, ancora nella storia d’Occidente, della sua mania nominatrice come riflesso di una volontà ordinante che ci faccia sentire puri e puliti con una semplice operazione del pensiero.
Certo, che ci piaccia o no, siamo occidentali, almeno fino a quando non avremo realizzato, insieme ad altri barbari, il destino d’Occidente1… di tramontare.
Tutto il linguaggio dell’analisi del vecchio mondo fa parte del tramonto, le sue parole sono le pompe funebri che, traendo da vivere dalle cose morte, ne rimangono in qualche modo incaricate. Allora continueremo a usare questo linguaggio come qualcosa a cui non affezionarsi, perché è lì lì per cadere oltre le colonne d’Ercole del pensiero. Poi c’è il linguaggio delle cose vive, delle esperienze vere – quelle che rovesciano il tavolo delle passività e delle inimmaginabilità. Di fronte a questo linguaggio siamo come di fronte all’aurora. Se c’è infatti una differenza sensibile tra crepuscolo e aurora è questa: mentre durante il primo le cose si fanno definite, scolpite dalla vividezza della loro ombra, durante la seconda è tutto ancora molto indefinito, crogiolo di vita in potenza, tremore promettente.
Di fronte all’aurora siamo tutti infanti, di fronte al crepuscolo ci sentiamo saggi perché pensiamo di sapere tutto della giornata trascorsa. La capacità che ci è richiesta è allora non quella di creare da subito un linguaggio delle cose nuove (momento ingovernabile che spetta al gioco degli umani con le loro sorgenti), ma di allenare gli occhi a distinguere albe e crepuscoli.
Tutta la conoscenza acquisita prima di toccare quel punto – a mezzo il cielo – sembra rivolgersi allora verso l’infanzia, la casa, la prima terra, verso il mistero delle radici, che di giorno in giorno acquista eloquenza. Verso un dialogo sempre più stretto tra l’antico bambino e i morti – i ministri velati, onnipresenti della memoria. Capii bene come ascoltando i suoi nonni paterni – sbanditi e deposti dai conquistatori – il meticcio Garcilaso sapesse, una volta per tutte, che di se stesso avrebbe detto soltanto El Inca, sebbene fosse cristiano, cattolico ardente e figlio di un illustre Spagnolo. Comprese improvvisamente quei lamenti mille volte ascoltati, quei vecchi disperatamente nostalgici dei loro morti imperatori, terribili e soavi come il sole. Può non essere meno drammatico l’incontro con un ritratto di famiglia, l’uomo o la donna di cui mille volte udimmo parlare, il nonno che ha il nostro volto ma che – soltanto oggi è chiaro – ha vedutogli imperatori: porta nelle pupille fredde e tenere quello che noi cerchiamo dalla nascita, dentro e fuori. Qualcosa di molto simile alla terra, che (come un Indio si espresse) ci fu tolta sotto colore di aprirci il cielo.
(Cristina Campo, In medio coeli)
ConFra
1Ci riferiamo qui all’Occidente come concetto che si staglia sul panorama storico umano dopo avere eliminato le proprie specificità interne, e gli ostacoli ad un progetto di civilizzazione totalitario, non a tutte le spinte che qui hanno tentato di resistere a quel progetto.