Richieste di “Sorveglianza speciale” a Messina

Scritto di Claudio, uno dei due compagni a cui lo Stato vorrebbe destinare quel sovrappiù di sorveglianza- tale da renderla speciale– che destina ad ogni individuo.  Presidio di solidarietà il 2 novembre mattina, di fronte il Tribunale di Messina

 

Neanche il tempo di festeggiare per aver riottenuto la patente (stavolta per ben due anni, al termine dei quali mi spetta la quinta visita psichiatrica e la solita trafila di urine al s.e.r.t.) che una telefonata dal commissariato mi avverte di dovermi recare presso i loro uffici per ritirare una notifica. Se non avessi potuto raggiungerli al più presto, avrei dovuto dire dove mi trovavo ché mi avrebbero raggiunto loro. Gli era venuta premura perché si trattava (ma questo l’ho scoperto dopo) della richiesta di “sorveglianza speciale” nei miei confronti, da consegnare entro dieci giorni dalla data dell’udienza. Il provvedimento era pronto, con tutti gli incartamenti prodotti da questore, ros e pubblico ministero, dal mese di luglio. Mi è stato però consegnato di tutta fretta l’ultimo giorno utile prima che venisse invalidato. Aspettavo una notifica per un processo, quindi quando ho realizzato di cosa si trattasse ho avuto un momento di spiazzamento. Protrattosi – nonostante la nitidezza con cui mi si chiarificava interiormente ciò che per me è più importante, più urgente, più vitale – fino a qualche giorno fa, dal momento che il giorno della consegna mi era stata data solo la prima pagina del verbale che mi riguardava. (Dalla quale avevo potuto appurare che sono stati di recente archiviati due procedimenti nei miei confronti “in ordine al reato di cui all’art. 270bis c.p.”, per la “non idoneità del materiale investigativo raccolto a sostenere l’accusa in giudizio”. E poi che “le indagini svolte hanno in primo luogo ricostruito l’esistenza e l’operatività sul territorio provinciale di una compagine ispirata, quantomeno nei suoi esponenti principali, a modelli e concetti dell’anarchismo federativista.”) La restante parte del dossier ho potuto consultarla soltanto avantieri, quando il mio avvocato è riuscito a ritirarlo. Dopo un riepilogo dei miei carichi pendenti e del mio casellario giudiziario, su cui tornerò in seguito, vi si può leggere la relazione con cui il PM, “visto il D. Lgs n.159 del 6.09.2011, chiede che il tribunale voglia applicare a Risitano Claudio la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, per una durata di anni due.” Quel codice a cui ho fatto riferimento è il codice antimafia – la natura della mia “pericolosità” essendo stata appurata dal ROS (lo stesso reparto al vertice del quale, per limitarmi a uno solo degli innumerevoli esempi possibili, si è trovato il generale Subranni, colui che escluse la pista mafiosa all’epoca dell’omicidio di Peppino Impastato) nel corso di indagini durante le quali sono state spiate le mie telefonate e pedinati i miei movimenti per “scoprire” ciò che sarei stato e sono disposto a riconoscere in qualunque momento e in qualunque condizione (dalla veglia raziocinante agli stati non ordinari di coscienza): “gli elementi informativi acquisiti e le conversazioni registrate nell’ambito del procedimento consentivano di documentare che il proposto frequenti gli ambienti dell’anarchismo, palesando reiteratamente (vds. vicende giudiziarie) condotte idiosincratiche nei confronti di qualsiasi forma di autorità e di espressione del potere statale”. Visto che le loro inchieste specifiche si sono rivelate dei buchi nell’acqua clamorosi, chiedono che si considerino le mie vicissitudini giuridiche e le mie condotte complessive. Su questo vorrei essere il più chiaro possibile: nessuno potrà mai estorcermi professioni di fede nei confronti della legalità. (E’ stato legale, nel paese in cui vivo e sono nato, deportare gli ebrei e illegale offrire loro ospitalità; se oggi si sostituisce ‘clandestino’ ad ebreo, ci si rende conto che c’è ben poco da esultare per la “costituzione più bella del mondo”.)

Nessuno, a maggior ragione mentre i venti di guerra infuriano ferendo a morte la parte più vulnerabile dell’umanità e i manager di Leonardo Finmeccanica diventano multimiliardari grazie alla produzione e alla vendita di armi letali, potrà mai convincermi della legittimità etica del monopolio della violenza in mano allo Stato; nessuno potrà convincermi, qualora decidessero di distruggere ulteriormente la città in cui abito dando inizio ai cantieri per la costruzione del ponte sullo stretto e inviando l’esercito a presidiarli come si fa con le opere strategiche, che è giusto dissentire, sì, ma solo nell’alveo delle procedure consentite dall’ordinamento. Non firmerò petizioni con le quali mi impegno in nome della democrazia a capitolare di fronte al prevalere nella realtà materiale degli interessi più oligarchici.

Nessuno – neppure servendosi in modo strumentale e distorto della nozione di terrorismo – potrà mai inchiodare con le spalle al muro la mia coscienza di quanto profondamente diverse siano le pratiche, le tensioni e le idee di cui sono accusato da quelle portate avanti nell’ultimo secolo dalla mafia, con l’appoggio costante di vertici istituzionali operanti in parlamento, all’interno delle procure, a capo dei servizi segreti, dell’arma dei carabinieri e della polizia di stato. (Dalla strage di Portella della Ginestra agli attentati del 1992, dai morti lasciati sul selciato dalla polizia agli ordini di Scelba nel corso di scioperi e manifestazioni ai contadini e sindacalisti stroncati dalla lupara della mafia su mandato dei latifondisti per avere occupato le terre e per aver osato alzare la testa, è possibile ricostruire – dati accertati in sede storica alla mano – una sequenza impressionante di depistaggi orditi dall’alto e una sostanziale fattiva collaborazione tra sicari esperti d’armi, boss dell’economia e vertici dell’apparato statale).

Se è la mia condotta complessiva ad essere pericolosa (ma per chi? davvero chi è stritolato dal caro-vita, o rifletta sulle condizioni in cui lavora e abita, può sentirsi -se non al culmine di una manipolazione stregonesca- minacciato dalle azioni e dagli ideali degli anarchici?), risponderò su un terreno complessivo.

Per quante ambasce mi dia il pensiero dell’impatto pratico di un simile provvedimento sulla mia quotidianità, dall’impossibilità di lasciare il mio comune di residenza all’obbligo di rientro entro le dieci di sera, più altre piccole e grandi vessazioni che non c’è bisogno di nominare perché mi preme di più un altro ordine di considerazioni, so di non trovarmi nell’epicentro della violenza repressiva. Mi basta pensare solo per un istante a chi sta cercando di valicare una frontiera e si sente, perché lo è, braccato dalle polizie di due paesi; a tutte le detenute e i detenuti; a chi ad una pena già schifosa ed afflittiva si vede aggiungere il supplemento di condizioni detentive che implicano una quotidiana ulteriore tortura fisica e psicologica. Per questo motivo sia la mia intelligenza che il mio istinto mi suggeriscono di attraversare ciò che mi sta capitando con lo sguardo rivolto non tanto alla spada di damocle che pende sulla mia testa quanto al paesaggio sociale in cui questo avviene e alle valutazioni complessive che è possibile trarne. I valori occidentali sono evidentemente compatibilissimi con provvedimenti rivolti alla penalizzazione delle idee e giustificati dall’intento di prevenire il rischio che quelle idee diventino reati. Ma se si pensa che questo riguardi poche isolate teste calde, si rischia di non apprendere le dure lezioni degli ultimi anni. Se l’accusa rivolta ad anarchici e antagonisti è di “impedire all’autorità di svolgere le proprie funzioni”, che cosa si dirà di qualsiasi lotta che non sia puramente testimoniale? Se gli abitanti di Piombino, o della valle del Mela, si mobiliteranno contro l’inceneritore provando a impedire davvero la sua realizzazione, potrebbero incorrere anche loro in sanzioni del genere. Per questo scrivo, sentendo l’esigenza di condividere le mie riflessioni: alla parte di me, più scoraggiata, consapevole che “fintantoché le parole avranno tutto il senso, il senso dominante farà presto ad avere tutte le parole”, risponde un proverbio siciliano che mi è stato spesso ripetuto da un amico: “ ‘a lingua non avi l’ossa, ma rumpi l’ossa”. Non è mai del tutto inutile esprimersi, scrivere, gridare: per quanto chiunque desideri una vita diversa e si batta per intravederla non smetta ogni giorno di sperimentare che tutto ciò non può certo bastare a invertire il segno dell’epoca che ci è toccata in sorte. Forse serve solo a non arrendersi alla corrente: ma non è poco.

Scorro i fogli che ricostruiscono dal punto di vista delle guardie la mia biografia, e mi viene da chiedermi a quali corsi vengano sottoposti gli ufficiali dell’arma per disimparare a scrivere e a leggere in questo modo. “La di lui fidanzata” mi ha ricordato che la sorveglianza speciale è nelle sue ultime riformulazioni una misura figlia di provvedimenti molto simili adottati contro “oziosi, vagabondi” e sovversivi sia dal governo Crispi che dal governo Mussolini – facendomi respirare l’atmosfera e la prosa di un verbale redatto verso la fine del diciannovesimo secolo; un intero testo di Giorgio Cesarano scambiato –distorcendone per intero il senso- per un mio personale invito a dare avvio alla “lotta armata” contro “il c.d. potere negativo” rivela in un colpo solo i limiti ermeneutici di chi deve far corrispondere il materiale riscontrato con la tesi precostituita. Per il resto, gli elementi a mio carico sono un saluto al carcere di Siracusa e la disponibilità espressa per telefono ad ospitare a casa mia un compagno che sarebbe venuto a Messina per un colloquio con Anna, in quel momento detenuta a Gazzi. Nonché un generico collegamento con individui e realtà collettive presenti sia in Sicilia che nel resto d’Italia. Per il resto, si tratta per l’appunto di attingere al serbatoio dei procedimenti giudiziari passati e pendenti. E’ la somma che fa il totale. Vediamo dunque di che si tratta.

Nel 2009 “veniva denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e per invasione di terreni o edifici, per fatti risalenti” all’anno precedente “in cui lo stesso, in concorso con altri, a conclusione di un corteo studentesco di protesta, occupava parte del locale ateneo, forzando il cordone formato dalle forze dell’ordine”. Quel giorno ho fatto esperienza di ciò che da tempo, confusamente, sentivo: e cioè che ribellarsi è possibile ed è giusto, nonostante tutto ciò che ci si erge innanzi per scoraggiarci dal tentare. (Che si tratti di un cordone, per quanto in quel caso veramente esiguo e privo dei mezzi della Celere, o di una denuncia – per quanto in quel caso priva di conseguenze camurriuse.) Non baratterei l’intensità di quella scoperta se in cambio mi venisse offerta una fedina penale immacolata. Nel 2010, “veniva denunciato in stato di libertà dalla Digos di Messina per interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità, blocco ferroviario, per fatti risalenti al 12.09.2010, in cui lo stesso, in concorso con altri, nel corso della manifestazione dei precari della scuola poneva in essere un blocco, di alcune ore, della circolazione ferroviaria all’interno della locale stazione centrale delle ff.ss”. Quel giorno, secondo cgil, cisl e uil le docenti e i docenti provenienti da mezza sicilia avrebbero dovuto “rappresentare la crisi” restando confinati a Piazza Cairoli ad ascoltare gli interventi dei sindacalisti. Ed invece..

Nel 2011, “veniva segnalato da personale della locale Compagnia della Guardia di Finanza, quale assuntore di sostanze stupefacenti”; perché sì, è capitato, capita e capiterà che io fumi marijuana o assuma sostanze enteogene e psichedeliche. E non sarà la paura del recupero da parte del riformismo istituzionale (peraltro sempre meno probabile intorno a questi temi, almeno in Italia) a farmi seppellire la bussola dell’antiproibizionismo. “Uccide di più lo stigma che le sostanze”. Io su questo terreno erigo le mie barricate di consapevolezza, fragili ed esposte alle intemperie come tutto ciò che è vivo, eppure ben salde – radicate e ravvivate nel contatto con la mia dimensione più profonda. Ma quanti danni atroci ha fatto e continua a fare ogni giorno, sulla carne viva del dolore e dell’inquietudine regnanti lì dove il capitale si fa dominio totale, la legislazione che dalla Craxi-Jervolino alla Fini-Giovanardi ha dichiarato guerra ai “drogati”? Una persona su quattro utilizza psicofarmaci – moltissime volutamente; altre – riottose alla visione del mondo dominante nei reparti psichiatrici (e fuori di essi: nella società che li produce) – su forzatura medico-poliziesca. Semplicemente, è lo Stato a decidere quali sostanze possano, o addirittura debbano, essere assunte e quali no. Ed io non voglio adeguarmi a questo andazzo. Hanno il coltello dalla parte del manico: ma mi ferirei mortalmente da solo, se per non risultare una “persona pericolosa” relegassi queste mie idee, che piuttosto vorrei gridare dappertutto, da tutti i tetti, nella clandestinità.

Nel 2012, sono stato denunciato per una manifestazione non autorizzata culminata in un breve blocco della circolazione ferroviaria, nel giorno in cui dalla val Susa era arrivato l’appello a “bloccare tutto, dappertutto”.

Nel 2013, sono stato denunciato per l’occupazione del teatro in fiera. Nessuna distanza intercorrente tra il me di adesso e il me di allora potrebbe mai indurmi un minimo di pentimento intorno a quell’azione. Da cui sono seguiti giorni, e poi mesi e anni, che hanno rivoluzionato la mia esistenza. Fino a farmi scorgere nell’etica anarchica (che non incarno affatto ma verso cui mi protendo con tutta la mia passione e con tutti i suoi inciampi) la prosecuzione quotidiana di quei bagliori che in modo intermittente avevano illuminato le situazioni e i contesti di lotta vissuti fino a quel momento. Il rifiuto della delega, l’opposizione con ogni mezzo necessario a chi spadroneggia nel regno degli eserciti e delle merci, l’appello con i gesti e le parole alla “solidarietà cosciente e voluta” piuttosto che alla presa del potere per modificare i rapporti sociali, sono state per me un’esortazione costante, uno sprone a non cercare scorciatoie e neppure strade comode. Ne sono venute altre denunce, una sfilza delle quali tra il 2013 e il 2016 a Niscemi per aver invaso la base Nato in cui è stato impiantato il Muos, per aver danneggiato le recinzioni di filo spinato, per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, per aver impedito (purtroppo solo per qualche ora) l’arresto di una persona nei pressi del presidio. Anche sul corteo al Brennero, sulla ‘radunata sediziosa’ contro un banchetto di casapound, sull’interruzione della messa nella cattedrale il giorno della domenica delle palme mentre nell’indifferenza generalizzata il governo turco bombardava la città curda di Afrin: non ho autocritiche da fare che intacchino la sostanza di ciò che sentivo mentre mi trovavo in quei contesti. Innanzitutto, che volevo fortemente trovarmi lì. Un mondo nel quale non si può che obbedire alla logica della sopraffazione, e soccombere a tutto ciò che questo comporta, è per me inabitabile. Un mondo nel quale uno sparuto gruppo di persone, alcune conoscendosi solo da qualche giorno, attraversa in piena zona rossa la Sicilia per andare a fare un rumoroso saluto a un compagno in carcere nel giorno del suo compleanno, lo è un po’ meno. Se la posta in gioco è la criminalizzazione della solidarietà, non cercherò di schivarla stando schivo: si tratta invece di difenderla con tutto me stesso. Il tempo è ora. Ed è il tempo di dire forte e chiaro ciò che non si può più tacere. Nel paese della strage di piazza fontana (indagini depistate dal generale Maletti e dal capitano Labruna), di piazza della Loggia (uno dei cui esecutori si è scoperto dopo quarantanni essere un informatore dei servizi segreti), della stazione di Bologna (indagini depistate dal generale Musumeci, dal colonnello dei carabinieri Belmonte e dall’agente segreto Pazienza – per tacere del ruolo svolto dal maestro venerabile della P2, Licio Gelli); nel paese degli attentati di Capaci e Via D’Amelio (basterà nominare l’agenda rossa di Borsellino, l’ordigno all’Addaura contro Falcone, la fabbricazione del falso pentito Scarantino e le conseguenti condanne al 41 bis di persone che solo dopo 18 anni di torture quotidiane sono state riconosciute del tutto estranee ai fatti per vedere arrossire chi in vita sua si è sempre schierato dalla parte dei sepolcri imbiancati e dei colletti bianchi?); nel paese in cui mafia, fascisti, massoneria e servizi segreti hanno agito in combutta per stroncare ogni istanza di rivoluzionamento dei rapporti sociali e per “difendere la società” istituita: in questo paese in cui la rimozione di ciò che è accaduto si accompagna all’occultamento e alla distorsione di ciò che continua a succedere, ci sono in questo momento una compagna e due compagni anarchici (Anna Beniamino, Alfredo Cospito e Juan) condannati all’ergastolo o a 28 anni per il reato di tentata strage. Nonostante gli ordigni collocati davanti a una sede della lega nord e davanti alla scuola Allievi dei Carabinieri non abbiano determinato né morti né feriti. Alfredo Cospito è sottoposto al 41 bis, ed ha per questo iniziato uno sciopero della fame “a oltranza”. Sciopero a cui si è unito anche Juan. Di fronte a questa consapevolezza, ognuno tragga le sue conclusioni.

“Chiunque si sente nel quotidiano come in un deserto, è a un passo soltanto dal cuore di tutti, poiché è ad un passo soltanto dal proprio cuore. Non si tratta di arrestarsi, non si tratta di sedersi a piangere, di costruirsi un’oasi. Si tratta, al contrario, di accennare con tutta la forza rimasta quel passo di avvicinamento, quell’abbraccio d’amore e di lotta, che tanto più sembra assurdo quanto più il quotidiano appare deserto. E’ in questo movimento che ognuno potrà, nel perdurare del desiderio resistente all’annientamento oggettuale, scoprire in sé la presenza di quel programma storico che è la passione, e sentirsi pronto”.

Io non mi sento pronto affatto, ma qualche minimo appiglio ce l’ho e me lo tengo stretto: il mio abbraccio d’amore e di lotta, la mia più profonda solidarietà, vanno a Juan Alfredo e Anna.

Ciò che mi annienterebbe, più della convalida dei giudici alla richiesta del questore, sarebbe la collusione -in nome di una possibilità di quiete – con questo ordine delle cose.

Lo dico con tutto il cuore a chiunque, volendomi un po’ o tanto bene, si preoccupa per me – per le conseguenze del mio dire e del mio fare. Aiutatemi a non smarrire il contatto con ciò che in me trova a volte, in mezzo a mille viltà quotidiane, lo slancio e il coraggio della rivolta. Tutti i miei momenti di felicità più piena sono sgorgati da lì – e il più grave delitto che potrei commettere contro la mia sensibilità sarebbe quello di acconsentire al prosciugamento di quella fonte. Dopodiché certo, gran parte delle prescrizioni della sorveglianza speciale sono odiose, e spero con tutto me stesso di scamparla.

Il 2 mattina ci sarà l’udienza in tribunale. Chiunque volesse portare la propria solidarietà, in aula o fuori, è benvenuta/o. Vorrei leggere un testo simile a quello che ho scritto adesso – e per me sarebbe importante non sentirmi solo. Anche se so già di non esserlo, qualunque cosa accada.

p.s. vale pure, per chi non potesse esserci fisicamente, il supporto tramite telepatia