Martedì 10 marzo, 16 persone, – tre di queste in stato di detenzione, tutte appartenenti all’area libertaria e anarchica dell’isola, sono chiamate a processo per i fatti avvenuti a Catania il 17 maggio. Le accuse sono pesanti, si va da . “resistenza e lesioni aggravate” al ben più grave “devastazione e saccheggio”, che prevede pene fino a 15 anni. Nel frattempo, giudici e digos hanno generosamente (e con che goduria!) strappato qualche ribelle dal tessuto degli affetti, dispensando carcere, domiciliari e fogli di via. Ma cosa è successo il 17 maggio dello scorso anno?È successo che un corteo, chiamato dala rete no-ddl sicurezza di Catania, tracimasse i confini non solo del consentito ma anche del concepito, esplodendo di rabbia, petardi e altri mezzi autoprodotti per il conflitto contro le forze dell’ordine all’altezza di Piazza Lanza; di fronte, cioè, ad uno dei carceri cittadini dove solo pochi giorni prima si era consumato l’ennesimo suicidio di Stato. Fin dal giorno dopo, i giornali riportavano le reazioni dei sindacati di polizia ed altri esponenti dello stato che strillavano alla “violenza inaccettabile”, fino al capolavoro dell’ipocrisia: “non ci può essere spazio per la violenza”. È fin troppo facile rispondere ricordando come questo mondo sia infarcito di violenza, come le merci di tutti i giorni ne incorporano quella dello sfruttamento, come la guerra per il predominio ne sia la rappresentazione più brutale e idiota. Ma per capire queste ragioni del cuore non basta condividere il medium linguistico, bisogna condividere una certa inclinazione dello sguardo e una certa esperienza del mondo: cosa impossibile con i guardiani salariati del mondo, a cui non ci rivolgiamo. Ma molto difficile pure con la gente dabbene: la vasta categoria di persone che abborrisce la violenza e che quindi non batte ciglio se delle persone accusate di averla agita vengono messe fuori gioco, chiuse a chiave per la sicurezza di tutti. A queste persone che hanno a cuore la sorte dei lavoratori a prescindere dal contenuto e dagli effetti dei lavori che fanno, potremmo ricordare quanto lo Stato non riesca a tutelare la salute dei suoi sottoposti in molte situazioni, se questo va contro interessi più grandi. Dai tumori per l’esposizione all’uranio impoverito nelle missioni in Kosovo, ai molti suicidi derivanti dal lavoro schifoso dentro caserme e carceri, alle nocività somministrate agli operai delle grandi opere, il punto non è certo difendere la salute offesa di persone trasformate in pedine. (E in questo elenco va considerato la nocività generale della colonia Sicilia – dalle falde inquinate da Webuild all’aria diossinica delle terre dei fuochi – a cui pure i corpi degli strumenti di colonizzazione, “nei secoli fedeli”, sono esposti.)No, il punto per i signori dello sterminio e della prevaricazione è che la solidarietà è il più grande crimine, soprattutto verso persone sconosciute, soprattutto se per esplicarsi non ricorre alla consolazione delle parole ma contende allo stato il monopolio della violenza. Certo, qualcun* potrà continuare a considerare che la rivolta è cieca, a noi piace pensare che è nella cecità apparente che si forma il bianco e l’iride di nuovi sguardi.Solidarietà alle persone arrestate e inquisite per Ipogeo e carnevale No Ponte! Luigi e Bak liberi!Palestina libera! Tutti e tutte libere!
solidali e complici
