“NUOVI” TESTI

Nell’anno appena trascorso, è capitato che compagni/e che curano altri progetti editoriali abbiano chiesto ai redattori di questo sito di scrivere dei contributi. Li incolliamo con autocompiaciuto ritardo – ché il ritardo è già sabbia negli ingranaggi nella società dell’efficienza.


Articolo pubblicato sul primo numero di “Disfare – Per la lotta contro il mondoguerra”. Per richiedere copie scrivere a: disfare@autistici.org

Passato/presente del movimento “Non si parte!”

Parlare del movimento “Non si parte!” equivale a rompere un muro di silenzio e di discredito che ha avvolto per decenni questo importante momento di autorganizzazione e rivolta sociale. Sono ottant’anni. Non è certo “per caso” che la rimozione di questa storia sia avvenuta. Da un lato, storici fedeli alla linea del PCI togliattiano hanno, da subito e per molto tempo, descritto questi avvenimenti come il frutto di orchestramenti fascisti, separatisti, comunque sempre reazionari; dall’altro, ha contribuito la spirale del silenzio che spesso avvolge i momenti di radicale violenza e illegalità, quando non riescono a imboccare la strada della rivoluzione sociale. Nelle circostanze in cui si sviluppò e che vedremo, il movimento di classe in Sicilia non poteva contare sulla solidarietà fuori dall’isola, com’era invece successo all’epoca dei Fasci siciliani coi solidali moti insurrezionali in Lunigiana, e dovette approfondire le possibilità offerte dal radicamento e dalla conoscenza dei territori interessati dalla rivolta.

Per anni le pressioni di tipo ideologico da un lato, e il ricordo di un momento di forte “illegalità” dall’altro hanno indotto gran parte degli anonimi protagonisti ad operare una specie di rimozione; la memoria si è chiusa nel rimorso, la storia, già divenuta “altra storia”, è stata soppiantata dalla Storia ufficiale; questo è quel che è sempre accaduto in casi simili, e le voci che han continuato a sostenere la verità dei fatti sono rimaste isolate e soffocate”1

È solo grazie alla pubblicazione dell’autobiografia di Maria Occhipinti e all’impegno successivo degli anarchici/che siciliani, e ragusani in particolare, se la lotta per la memoria è stata ripresa, dando dei risultati forse frammentari ma chiarissimi di un estesissimo movimento autonomo di azione diretta contro il militarismo, di espropriazione dei magazzini dei padroni e dei militari, di sperimentazione rivoluzionaria.

Rompere la rimozione

Come per altri avvenimenti della storia di Sicilia, dove alla colonizzazione materiale e militare si è sovrapposta quella culturale e storiografica, per parlare del Non si parte bisogna dilatare una densità eccessiva, per poterci guardare dentro.

Nel farlo, quindi, procederò con un movimento in due tempi: innanzitutto, qualche nota sul contesto siciliano di quegli anni, con un occhio particolare alle condizioni materiali e spirituali delle plebi (quasi tutte) contadine e (di scarso numero, presenti solo nelle città) operaie; poi tratteggerò con veloci pennellate alcuni momenti delle rivolte, evidenziando il maturare di condizioni insurrezionali in contesti particolari in cui i compagni avevano preparato e spinto in quella direzione, attingendo ad un’immaginazione (l’unico luogo non infestato dalla peste fascista) non disgiunta dalla memoria e dai sogni di lungo corso delle lotte contadine. In conclusione, alcune considerazioni valide per il presente e una scarna bibliografia.

La guerra in Sicilia finisce un anno e mezzo prima che nel resto d’Italia: l’8 settembre del 1943 viene firmato, a Cassibile, l’armistizio tra le forze alleate sbarcate in Sicilia e il governo italiano presieduto dal fascista Badoglio. Finisce così la guerra e comincia l’occupazione militare, con l’amministrazione degli eserciti anglo-americani che, nell’isola, svolge funzioni di governo oltre che di polizia.

Tra le masse povere siciliane esplode dapprima un senso di entusiasmo e di sollievo alla notizia della “pace”, dell’arrivo degli americani, ma l’entusiasmo dura poco. Le condizioni di vita sono più grame di prima per i più, molti Siciliani/e patiscono la fame, non si conta il numero dei morti, feriti e dispersi nella guerra del duce: un doppio dolore per le economie contadine che possono contare su poche braccia, rispetto a quelle date alla “patria”. Tutto questo mentre le case dei porci borghesi non mancano di nulla: molti figli dei ricchi erano infatti stati dispensati dal servire la patria grazie alla benevolenza del pelato romagnolo. Tra questi gentiluomini, molti ex fascisti praticano il salto, tipico della loro classe, sul carro del vincitore: diventano filo-americani e alla bisogna sedicenti antifascisti, tutto pur di mantenere un posto nel potere e nell’ambiente del sottogoverno: amministrazione delle carceri, ruoli di polizia, nella giustizia, fino al livello più infimo degli uffici comunali.

Così, una serie di lotte anticiparono la grande fiammata insurrezionale. Lotte, proteste, che erano il contrappunto a un quotidiano fatto di angherie e del disconoscimento dei più elementari bisogni. Lo scontro violento era il mezzo più persuasivo: ad esempio il problema del sussidio non pagato per chi aveva il marito al fronte, fu risolto dalle donne di popolo a Ragusa con un bel lancio di sassi sul municipio, ripetuto con efficacia per diversi giorni. Più le piaghe popolari e i contenziosi dilagavano e meno il malcontento era contenibile. Il modo antifascista in cui il nuovo governo aveva intenzione di affrontare la conflittualità sociale nella colonia siciliana, si esemplificò a Palermo il 19 ottobre del ‘44, quando l’esercito aprì il fuoco su una folla di lavoratori e disoccupati che chiedevano l’aumento dei salari, i primi, la diminuzione dei prezzi di farina e pane, tutti. In questa, passata alla storia come “strage del pane”, lo Stato lasciava a terra una trentina di morti e decine di feriti: è la prima strage di Stato dell’era post-fascista, chiara, alla luce del sole, che non turbò più di tanto lo statista Togliatti.

Non si parte! Non si parte!

È in questo contesto di miseria e privilegio costanti e di aspettative di cambiamento tradite che il governo invia per l’arruolamento 74.000 cartoline rosa per altrettanti siciliani, nati nel decennio 1914-1924. È un momento di grande complessità e confusione politica. Come accennato, del governo Bonomi, succeduto a Badoglio, facevano infatti parte anche i partiti di sinistra, PCI in testa che, con la svolta di Salerno suggerita a Togliatti da Stalin, aveva abbandonato ogni linea rivoluzionaria, contribuendo al consolidamento dello Stato, cioè alla repressione di qualsiasi movimento di incompatibilità con questa linea. Se questo contribuì a gettare nello spaesamento diversi elementi comunisti – molti di questi decisero poi di rompere per questo col partito – non impedì il montare della diserzione e della lotta.

Esiste una volontà diffusa di non partire, di non essere catapultati in una nuova guerra, di non

essere comandati dai generali fascisti che avevano già gestito l’esercito nei primi tre anni di guerra, di non combattere nel nome di una monarchia che aveva trascinato il paese nella disavventura del

fascismo e nella disgrazia della guerra. Non è certo l’efficienza del servizio postale militare ad impedire che il grande rifiuto si manifesti: sui 74. 000 richiamati, solo 14.000 si presentano. Il governo decide allora di attuare la linea dura, con i rastrellamenti casa per casa, rione per rione. È la goccia che fa traboccare il vaso: esplode la rivolta in 180 comuni isolani (su meno di 300). Le forme pacifiche di azione vengono quasi subito messe da parte: vengono assaltati i municipi e gli uffici di leva, spesso dati alle fiamme per bruciare anche i documenti del reclutamento, non si contano gli attacchi alle caserme per munirsi di armi, stessa sorte per i depositi di grano di Stato e per le case dei ricchi. In molti casi, quando Carabinieri e P.S. arrivano per reprimere e disperdere la folla, vengono accolti dai rivoltosi con bombe a mano e schioppettate.

Se rivolte, attacchi, proteste sono diffusi ovunque, in alcuni luoghi i moti prendono un piega insurrezionale e pre-rivoluzionaria. Nel fuoco della lotta, laddove le condizioni quantitative e qualitative – volontà e disponibilità dei compagni in primis – lo permettono, nascono diverse Repubbliche autonome contadine e rivoluzionarie: a Comiso, Naro, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi. Molti di questi luoghi sono gli stessi epicentri delle rivolte dei fasci siciliani, a segnare una caratteristica che unisce i contadini siciliani a quelli di ogni dove: il fiume dei sogni rivoluzionari ha memoria lunga, non teme di scorrere carsicamente per un periodo, non teme di risalire e riesplodere in superficie. Le durate di queste repubbliche sono variabili: si va da pochi giorni ai quasi tre mesi di quella di Piana degli Albanesi. Tre mesi sono abbastanza per assaporare il gusto di una vita riappropriata, costruita su principi comunisti e autogestionari. Troppi per lo Stato e le classi dominanti, anche loro purtroppo dotati di memoria: la strage di Portella della Ginestra, una continuazione di quella guerra con gli stessi strumenti, serve a debellare il virus di quel possibile per il futuro.

Il movimento quindi avanza e si radicalizza localmente, col limite di una scarsa capacità di coordinamento, ma si possono intravedere delle caratteristiche comuni, alcune delle quali si ripresenteranno anche nei successivi movimenti di occupazione delle terre.

1. La solidarietà tra oppressi e la capacità di spezzare la retorica antifascista delle sinistre di governo. Molti elementi comunisti e libertari della rivolta, proponevano la costituzione di brigate di volontari per supportare la guerra partigiana rivoluzionaria del nord, contro l’intruppamento nelle milizie dell’esercito regio.

2. Il protagonismo delle donne. Questo elemento sarà visibile pure nelle lotte per la terra e contro la repressione fino al ‘55. Per il Non si parte è eclatante il caso di Ragusa e di Maria Occhipinti, con cortei di donne proletarie che bloccano i convogli dei rastrellamenti e vanno in giro per la città a infondere coraggio, chiamando alla ribellione.

3. La lunga memoria dei contadini delle rivoluzioni incompiute da Garibaldi in poi, con una dinamica incrementale della coscienza che si dimostra con il salto nell’uso dei mezzi violenti, nell’autogestione della lotta, nella diffidenza verso le dirigenze di sinistra e nella radicalità degli obiettivi pur in assenza di una chiara strategia rivoluzionaria (difficile nelle condizioni date). Tutto il contrario dell’accusa di immaturità della pubblicistica picista.

4. Il farsi anarchico della lotta. Testimoniato da diversi elementi. Dall’abbandono, da parte di militanti importanti, del partito comunista. Esempi di spicco sono la stessa Occhipinti – che approderà finalmente all’anarchismo nella rivolta grazie all’incontro con Franco Leggio e compagne/i – e Petrotta, una figura autorevole tra i contadini che darà un contributo importante alla repubblica di Piana degli Albanesi, dopo aver fondato, fuoriuscito e in rotta col partito, un “comitato antimilitarista”.

Si può poi citare, anche, il divertente aneddoto che coinvolse il segretario regionale del PCI, Li Causi. Andato per convincere della bontà dell’arruolamento e dei sacrifici per la patria, fu caldamente invitato ad andarsene da un militante con questa ars oratoria: “attento compagno Li Causi perché abbiamo le tasche piene di bombe a mano, attento a quello che dici!”… tempi più lieti, in cui la minaccia non era esclusivo appannaggio della cultura mafiosa.

5. Le ragioni del rifiuto e quelle della lotta erano un tutt’uno. Il rifiuto di andare a combattere si saldava col sogno rivoluzionario della terra per i poveri. Anche se presente in poche intelligenze sovversive, si percepisce un intuito sulla potenzialità del momento: il modo migliore per difendere il rifiuto di ognuno alla guerra degli Stati è realizzare una guerra per i propri bisogni e sogni.

Chiaramente, non fu tutta una luna di miele. Ci furono casi, soprattutto nelle prime fasi, in cui elementi separatisti e pure fascisti provarono a sfruttare l’ondata ma, o si ritirarono quando il gioco cominciò a farsi duro, oppure furono smascherati e messi fuori gioco da compagni pienamente integrati nel tessuto umano e di classe della rivolta. La storiografia staliniana ha ingigantito questi fatti, reali ma residuali, per gettare nel discredito questo moto di poveri ingovernabili.

La pagina finale di questo generoso slancio insurrezionale antimilitarista fu scritta, come da tradizione, dall’esercito regio. Con campagne di assedio, si liquidò il movimento con decine di morti, centinaia di feriti. Poi arrivò il metallo freddo della Giustizia: dopo il 25 aprile 1945, si celebrarono, solo per il Meridione, 200.000 processi per diserzione.

Conclusioni

Sono lampanti tanto le analogie con le forme di lotta del movimento antimilitarista in Ucraina, quanto le differenze col contesto italiano odierno. Se le nostre parole d’ordine e le tensioni non sono diverse da quelle dei rivoluzionari di allora, c’è un abisso tra il movimento reale di allora e quello… si ha difficoltà a finire la frase. Il nemico in questi ottant’anni non ha certo dormito, alternando momenti di repressione al perfezionamento dello spettacolo tecnomercantile, è riuscito dove neanche il fascismo era riuscito: a sradicare dalle classi oppresse l’immaginazione di cosa altro fare della vita strappandola agli amministratori e devastatori dell’esistente, una vita che torni ad essere nostra. E cosa dire delle campagne, cioè delle geografie extra-metropolitane così utili ai fuggiaschi, veri e propri soggetti alleati delle diserzioni? Per lo più lasciate al sistema, qui si trovano tutt’al più sparute esperienze di resistenza agroecologica e poche progettualità di vita di compagni/e. Tuttavia, nonostante la loro attuale frammentarietà e debolezza, possono essere proprio questi i luoghi da immaginare come grembi, dove una vita maggiormente autonoma e meno controllabile faciliti la costruzione di resistenze, alleanze, “nuovi” modi di essere partigiani. Qualcosa già successa in epoca covid, la costruzione di mappe clandestine per evadere dalle città, può e deve essere attualizzata, nel dialogo all’interno dei collettivi di compagne/i, quindi rafforzata e dove possibile progettata. Non è detto sia lontano il giorno in cui la solidarietà coi disertori si misurerà con la solidità delle basi che siamo riusciti a costruire.

– “Luoghi e momenti salienti”2

S. Margherita Belice- Fiumefreddo- Canicattì- Favara- Leonforte- Polizzi Generosa-Catania: (14 dicembre ‘44 rivolta popolare)- Castel di Judica- Ramacca- Paternò- Zafferana Etnea- Scordia- Vizzini- Ucria- Sciacca: (distruzione caserma Carabinieri)- Termini Imerese- Campofelice: (lancio di una bomba sulla ferrovia contro convoglio che trasportava materiale militare; lancio di una bomba sulla casa del sindaco)- Siracusa:(manifestazioni e sommosse davanti al Municipio e al carcere. Ammutinamento e lancio di bombe a mano da parte dei richiamati. La corazzata Doria dal porto minaccia coi cannoni la città. Picchetti di marinai setacciano la città)- Piazza Armerina- Palma di Montechiaro: (assalto ai mulini, fuga dei carabinieri, grande abbuffata popolare di uva passa)- Scicli: (la folla assale la forza pubblica)- Palazzo Adrano: (11 dicembre ‘44: assalto alla caserma dei carabinieri con fucili e bombe a mano. Incendio dell’esattoria comunale, bomba contro il comune, fucilate contro il circolo dei notabili, sequestro dei soci più ricchi compreso vice-sindaco PCI)- Solarino: (occupazione di una caserma dei carabinieri); Avola: (assalto a un treno e distruzione di un ponte ferroviario)- S. Croce Camerina: (disarmo dei carabinieri e dirottamento delle armi ai rivoltosi di Vittoria)- Ragusa: (rivolte, assalti a caserme ed armerie private, assedio della prefettura, bomba a mano contro il neoquestore socialista, battaglia di “Beddio”)- Vittoria: (assalto alle caserme di Finanza, PS, Carabinieri. Assalto al carcere e liberazione dei detenuti. Liti tra rivoltosi fascisti e comunisti)- Piana degli Albanesi- Palazzo Adrano- Comiso- Giarratana- Naro: (rivolte, occupazioni fino alla proclamazione di libere repubbliche popolari).

-“Maria Occhipinti”

Di questa donna e di questa compagna, tante cose potrebbero dirsi e nessuna riuscirebbe nell’intento di coprire una vitalità così accesa – ché, si sa, vitalità e mobilità di spirito sono un tutt’uno. Si potrebbe ricordare la passione, la generosità e il coraggio di quando, incinta, si buttò senza pensarci sotto il camion dei rastrellamenti carico dei coscritti – tra i quali non c’era il marito ma i mariti delle altre, fratelli di condizione– , costringendo gli ufficiali a rilasciare tutti e dando scintilla alla prateria del malcontento generale che aspettava di incendiarsi. O altri ammirevoli guizzi di vita, di dignità, di lotta. Eppure qualcosa rimarrebbe in ombra, qualcosa di meno (vistoso) e di più (importante) della grandiosità dell’Azione, per quanto sempre necessaria. Per me sta tutto in queste poche righe della sua autobiografia.

Quando la prima macchina fu sotto il balcone, buttai i fiori gridando: “Viva gli Americani!”. Quella era la macchina del governatore, e lui mi fece scendere e mi disse tante parole in inglese che non capii, e faceva segno con la testa, si vedeva che era commosso e mi strinse la mano ed io seppi dire soltanto: “vogliamo la pace, abbasso la guerra”. Seguirono altre macchine. Alcuni soldati tedeschi piangevano e si nascondevano tra la folla. Ad uno diedi un vecchio paio di pantaloni e un giubbotto di mio marito, altre donne seguirono il mio esempio e i tedeschi travestiti si poterono allontanare confondendosi coi borghesi, mentre gli americani occupavano la città.

Si evince un’etica scattante, che sa riconoscere il cambio di campo tra vincitori e sconfitti e con questi ultimi solidarizza, anche se, fino all’attimo prima, erano ingranaggio della macchina che opprimeva ma che, in quanto sconfitti, ricadono subito nella condizione dell’essere soggetti all’arbitrio della violenza altrui. Un internazionalismo degli occhi materni.

Bibliografia

Omettiamo volentieri le poche pubblicazioni denigratorie. Si noterà che tutte le pubblicazioni che si possono trovare sono di matrice libertaria/anarchica, segno che la volontà degli apparati di potere era ed è quella di una rimozione totale.

Giomblanco Francesco, Alto tradimento, La repressione dei “Moti del non si parte” dal carcere al confino di Ustica, 1944-1946, Sicilia Punto L, Ragusa 2010, p.212.

Occhipinti Maria, Una donna di Ragusa, presentazione di Pippo Gurrieri, nota di Carlo Levi, prefazione di Paolo Alatri, Sicilia Punto L, Ragusa 2016, p.168

Petrotta Giacomo (a cura, e a cura anche di Angela Lanza), Testimonianza da una repubblica contadina, Centofiori, Palermo 1979, p.181.

Romano Giosuè Luciano, Moti rivoluzionari nel ragusano, dicembre 1944-gennaio 1945, Sicilia Punto L, Ragusa 1998, p.167.

1Dall’introduzione di Pippo Gurrieri alla pubblicazione illustrata “Non si Parte! Non si parte! Le sommosse in Sicilia contro il richiamo alle armi”, Sicilia Punto L

2Tratto da Antonio Mangiafico, Pippo Gurrieri, “Non si parte! Non si parte”, op.cit.


Questo altro articolo è stato scritto per l’ottavo numero della rivista “Scorci – rivista siciliana di varia umanità”. Per richiedere copie scrivere a: scorcirivista@gmail.com

Lì dove i due sentieri si incrociano. Note a proposito di ucronia e utopia

“Il tempo è un invenzione degli uomini incapaci di amare”

Era il 1978, quando, in una risposta critica ad un testo di Mario Mieli, Jacques Camatte scrisse questa frase di sintesi e bellezza folgoranti. Da allora, da quel mondo – la frase, dalla carta stampata, si riversò sui muri di molte città francesi: cioè negli spazi di cui l’intuito ribelle della specie presentiva la perdita a vantaggio del dominio totalitario – i nemici dell’amore non hanno mai smesso di darsi da fare. Dell’amore, cioè di una libertà incarnata e delle molte possibilità cui allude, della stessa pulsione a vivere, che oggi si trovano braccate dallo stato di polizia, dalla guerra permanente “fuori” e “dentro”.

E se l’orrore è avanzato, è perché i suoi progettisti (e le macchine progettate) lavorano incessantemente a disaccoppiare lo spazio dal tempo, l’essere dal desiderio di essere, il tempo presente dall’eternità (un impossibile solo per chi non ha mai amato): tutto ciò che (dis)fa la virtualità nelle nostre vite.

Da questa presa mortale che ci fa sentire stritolati nel momento stesso in cui ci separa, l’unica via di scampo è la ricerca della via di scampo – “cercare chi e cosa nell’inferno non è inferno, e farlo durare”. Nella nostra esperienza, il nostro incontro amoroso e il paesaggio che l’ha accolto – traboccante, noto e incognito fin dall’infanzia – è stato lo spazio/ tempo di un’ esplosione di vita. Quell’energia ha rimesso in movimento altre epifanie raccolte nei percorsi individuali precedenti – l’incontro con la lotta, con gli spazi/tempi della comunanza nati dalla rottura della trama capitalistica dell “ognigiorno”, con le piste di ricerca spirituale.

Cioè: si può approdare ad una forma di vita che ci somiglia di più (il piccolo che ci contiene), solo a patto di “deragliare” dalla Storia, il grande -cimitero- che fa di tutto per tutto contenere. Non un movimento simile a quello del salmone, ma un’uscita dal fiume e dalla sua direzione unica (come dalla sua striminzita libertà di andare in un verso o nell’altro). Così siamo approdati dove ancora non siamo appieno, tra il desiderio di “altro” e i molti ostacoli che questo mondo, questa organizzazione sociale, vi frappongono; per dirla in altro modo, non si esce dall’epoca che incarcera tutti e tutto senza quell’effrazione che chiamiamo insurrezione. Eppure, nello stesso tempo, la nostra porzione ecologica, una campagna in pendenza, una montagna non solo roccia e boschi, è – a tratti – un’esperienza altra del tempo. I muretti a secco, i ponti, un sistema di ripartizione delle acque di secoli (eredità degli arabi), la filosofia pratica “dù jardinu”, i saperi sospesi tra corpo e spirito, tutte tracce di una civiltà contadina non del tutto estinta, convivono sì con il tempo-macchina-capitale ma non gli sono riducibili; questo tempo ti viene a trovare con la faccia del vicino e dei genitori del tuo compagno di scuola “diverso” (non più povero, non più ricco, perché tra i due mondi non ci sono scale di conversione possibili, ma più povero e più ricco insieme). E poi con un certo rapporto di meraviglia verso gli alberi, la terra e il suo brulicare, il cielo e il suo vorticare, il cosiddetto selvatico, magari quando il corpo/mente è in uno stato extra-ordinario a causa della fatica e del sudore per addomesticare quel selvatico: rapporto ironico, quello tra il cosmo e l’umano.

Quando il tempo di ciò che non è ancora precipita nello spazio del possibile, con fatica, slancio, incespicando, spiccando il volo, anche se singulto o canto di una nota, quel precipizio -mai al sicuro dalla caduta- è soglia permanente. Il nostro, potremmo quindi accennarlo come tempo della soglia. Una qualità particolare dello spazio nel tempo, del tempo nello spazio, che intercettandosi si fanno concrezione dell’altrove fin dentro i corpi, fino al gesto più umile di una zappa che muove la terra per prepararla al seme.

E cos’è un orto se non una soglia: dal tempo della germinazione, che si fa corpo nel seme, a quello del frutto che il seme contiene? Una promessa sempre rinnovata, di vita a venire, non quella selvatica che avviene “a priori” dall’umano, ma quella derivata da una visione di convivenze e geometrie, ordine e disordine, fallimento, riuscita, e che arriva a comprendere pelli mutate, esoscheletri abbandonati, radici protette dal buio del ventre terrestre che muovendosi senza essere viste spostano centimetri di terra portando aria dove prima non c’era.

Tutto questo a che serve o, almeno, a cosa è servito e serve a noi? A portare alla collettività di cui ci sentiamo parte uno “spicchio di possibile”, una breccia tra la nostra storia di oppressi e la rivoluzione come esodo dalla Storia con i suoi treni sempre più in corsa verso la catastrofe. Un rapporto, quello tra esploratori e collettività di partenza, non sempre semplice, perché il viaggio ti trasforma al di là delle tue intenzioni, ma per noi ancora segnato dall’orizzonte in cui la trasformazione radicale incrocia ucronia e utopia, e i molti sogni e sentimenti delle/i ribelli che rimangono sospesi quando i corpi vengono repressi.

Questi ambiti di esperienze e di pensieri convivono con la coscienza di quel che manca e che solo l’azione collettiva può creare. È per questo che abbiamo aperto “Alavò – laboratorio per l’autogestione”, per ri-accoppiare lo spazio e il tempo, renderli qualcosa d’altro, dare ritmo quotidiano a questo qualcosa. Ma, questa, è un’ altra storia…

“…ho realizzato che non era possibile concepire la comunità senza comprendere che noi non dobbiamo vivere un altro tempo, un altro spazio, bensì riunirli (per non aver affrontato ciò, nessuna comunità ha evitato la trappola del dispotismo) e che questo poneva in modo nuovo l’amore e l’eternità, e che senza l’amore era impossibile affrontare la nuova dinamica vitale.”1

P.s. A distanza di giorni da una sua prima stesura, abbiamo scoperto che Jacques Camatte ha lasciato questa terra proprio lo stesso giorno in cui abbiamo cominciato a scrivere queste note. Ironico, talvolta, anche il rapporto degli umani tra di loro.

Se è vero che il tempo lascia segni, una sorta di gessetto sulla lavagna dei corpi e della terra, per gli umani, grazie alla scrittura, è vera anche la possibilità del contrario: un’esperienza del tempo che, segnata, esce dalla contingenza. Di seguito alcune scritture sul tema, che nel 2019 uscirono in un foglio semi-clandestino chiamato “Mal’aria”2

La lama e la zagara

Ogni cosa a suo tempo, ché ogni cosa ha il suo tempo. Quello della potatura arriva sul finire dell’inverno, quando il freddo rallenta i battiti ma non gela la vita, l’ulivo ha dato i suoi frutti, l’olio nuovo riposa nelle giare e ungerà, ancora, lo spirito col sapore dei millenni e le lingue con la memoria dei gesti tramandati, nell’intreccio ignorato tra il ruotare del tronco e il ruotare della terra. Terra fitta di radici, notturna e sontuosa di segreti, col suo fondo di vita che “spinge e dura”, finché primavera non la liberi e mani di volontà nodose ne percorreranno le vie, immaginandone le direzioni, tutte possibili. La scelta: urgente e meditata. La chioma è folta, confonde, ma uno sforzo di visione traccia il disegno della luce e dell’ombra, dove togliere e dove lasciare. Quanto di vecchio e quanto di nuovo. Nel verde argenteo che affolla i rami cresciuti, dovrà farsi spazio il cielo: le cicatrici esposte, ti suggeriscono la storia degli incontri passati tra mano e albero e albero e fulmine. Impari a distinguere le ferite procurate dalla cura, a preservare l’equilibrio della convivenza, perché l’albero sia leggero al punto giusto, l’aria lo attraversi senza fatica e i rami trovino il sole senza lite. Ogni cosa ha il suo tempo. La potatura ne richiede il necessario. Svuotata del ragionìo numerico, la testa si concede al corpo, in un accordo di istinto e volontà: farai tagli netti e lascerai promesse di rami nuovi, pulirai i vecchi dal secco, terrai affilate le lame, controllerai la zagara, respirandone il profumo. E ti terrai pronto alla raccolta.

Mala tempora currunt

La cultura latina, a fronte delle molte scorie- Stato, diritto e famiglia, per dirne alcune-, ci ha lasciato anche delle tracce linguistiche positive. Una di queste è la nozione di tempo. Le lingue anglosassoni non hanno la stessa fortuna e distinguono tra un tempo del cielo (wetter, wheater) ed uno degli uomini (time): il primo ha a che fare con la pioggia, il secondo is money. Per noi che volenti o nolenti siamo neo-latini, il tempo ha a che fare sì con le nuvole, ma anche con gli sforzi per lasciare traccia del nostro passaggio. Non si può negare che questa concezione abbia una sua potenza romantica e pagana, eppure una sua ambiguità.

Prodigio del ribaltamento dialettico, capita spesso di assistere al movimento parallelo del qualificare moralmente eventi atmosferici (“bastardo ‘u tiempu!”) e il de-responsabilizzarsi sugli effetti del nostro (non-)agire.

Così durante la mietitrebbiatura dell’anno scorso ovunque poteva capitare di sentire la rabbia contro il cielo che mandava fastidiose secchiate d’acqua fuori stagione, piuttosto che vedere l’enormità dei danni come conseguenza naturale della monocoltura del grano che il capitalismo ha imposto in queste zone con poche o nulle opposizioni – dopo avere messo “fuori gioco” il suo nemico storico, quel movimento contadino che avrebbe saputo cos’altro farne di quella terra.

È nel momento in cui la catastrofe ecologica comincia a mostrarsi che si manifestano anche le menzogne delle promesse del capitalismo: le illusioni di una crescita lineare dei prodotti, di una natura da piegare docile al nostro sfruttamento, vengono spazzate via dalle tempeste di un pianeta in caduta libera. Se la paura della lotta di ieri ha seminato le premesse per la disfatta di oggi e i guasti di questo sistema si vedono tanto negli effetti materiali quanto in quelli morali e intellettuali su singoli e collettività, occorre oggi lottare per sottrarre noi stessi e i territori alla presa dello Stato e dei suoi progetti capitali. Per poterci riconoscere, domani, nelle nostre azioni e imparare a distinguere il cielo dalla terra.

1Il frammento iniziale e quello finale di Camatte, citati nel testo, si possono trovare on line sul sito di Carmine Mangone, che si è occupato anche della loro traduzione in italiano e che qui ringraziamo. https://carminemangone.com/2012/08/06/jacques-camatte-mario-mieli-amore/

2https://sciroccomadonie.noblogs.org/files/2021/01/malaria_aprile.pdf